La rima in -eri

La rima in –ERI

(Fulvio De Santis)

Per la rima in –ERI la ricerca con Trobvers restituisce venti occorrenze, delle quali solamente sette corrispondenti a parole parossitone. Sei di queste sette parole sono quelle utilizzate nel primo verso di ciascuna delle coblas di Ab gai so: leri, proferi, queri, emperi, soferi, esmeri. Solo la settima parola in –eri, “sauteri”, non è attribuibile ad Arnaut Daniel (BdT 29), ma al trovatore provenzale Raimon de Tors de Marseilha (BdT 410), unico a riutilizzare, nello stesso componimento (Ar es dretz q’ieu chan e parlle), anche le due parole “arnaldiane” “esmeri” e “emperi”.

Si riportano di seguito le 20 occorrenze, in ordine cronologico. In giallo sono indicate le prime occorrenze, in azzurro i successivi riutilizzi.


262,3 16   et anc mais tan greu no·m feri

29,10 1   ab gai so cuindet e leri

29,10 15   mil messas n’aug e·n proferi

29,10 22   tan l’am de cor e la queri

29,10 29   no vuelh de Roma l’emperi

29,10 36  ges pel maltrag que·n soferi

29,10 tot jorn melhur e esmeri

392,8 37  que vestitz josta peleri,

364,2 10  quant la vi si·m feri

370,14 20  car no vei lieis que de mort me gueri

305,1617  et anc pueys alres non queri;

192,1 ~ 330,2010  pois lai anet a penre, don lo viscoms meri:

151,1 ~ 111,211  e, se·m demandatz qi·m feri,

410,310  qi sabon tot lo sauteri

410,37  per q’ieu mon chantar esmeri,

410,38   qar cuja aver l’emperi

434a,1713  “en Cerveri,

434,7c31  digatz, seyner en Cerveri,

434,7b11  “a que cercatz en Cerveri?”.

434,7b15   per que, mos amics me·n feri

Da Wikipedia

Raimon de Tors de Marseilha (1257–1265) was a Provençal troubadour. He hailed from the “city of towers (tors)” in Marseille (Marseilha), a district wherein the local bishop possessed many towers. He wrote six moral and political sirventes which survive.

Raimon was a dispassionate debater, equally sympathetic to the Guelph cause of Charles of Anjou and that of the Ghibelline Henry of Castile. He had great affection for Alfonso X of Castile, but never visited Spain. But like many contemporary troubadours on either side he hated “false clerics” and denigrates them extensively in his poetry. Metrically and rythmically, Raimon imitated the Apres mon vers vueilh sempr’ordre of Raimbaut d’Aurenga in his own Ar es dretz q’ieu chan e parlle.

Raimon’s most interesting and entertaining song is undoubtedly his complaint against mothers-in-law, A totz maritz mand e dic.

Ab gai so e Bernart de Ventadorn

Arnaut Daniel, Ab gai so e Bernart de Ventadorn

(Fulvio De Santis)

Bernart de Ventadorn (BdV), spesso considerato il più grande dei trovatori provenzali, apre una tra le sue più famose canzoni come segue:

Chantars no pot gaire valer,

si d’ins dal cor no mou lo chans;

ni chans no pot dal cor mover,

si no i es fin’amors coraus.

Per so es mos chantars cabaus

qu’en joi d’amor ai et enten

la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen.

E’ possibile ravvisare una relazione intertestuale tra questa canzone, in particolare tra la strofa riportata, e Ab gai so di Arnaut Daniel, il cui esordio è:

Ab gai so cuindet e leri

fas motz e capus e doli,

que seran verai e sert

quan n’aurai passat la lima,

qu’Amor marves plan’e daura

mon chantar que de lieis mueu

cui Pretz manten e governa.

La lettura della prima strofa delle due canzoni fa emergere una certa distanza tra i rispettivi autori, per quanto riguarda il loro atteggiamento nei confronti della relazione tra canto-amore-cuore e ruolo del poeta.

BdV afferma espressamente nella prima cobla che:

a nulla vale il canto se non viene dal cuore (chantars no pot gaire valer, / si d’ins dal cor no mou lo chans);

il canto non può muovere dal cuore se non c’è amore fino e “corale”, ovvero interiore (ni chans no pot dal cor mover, / si no i es fin’amors coraus);

il canto del poeta eccelle perché poggia sulla gioia d’amore (per so es mos chantars cabaus / qu’en joi d’amor ai et enten / la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen).

AD sembra invece voler:

rivendicare un ruolo da protagonista per se stesso, in quanto “artigiano” della parola (fas motz e capus e doli);

assegnare ad Amore un ruolo fondamentale ma, almeno temporalmente, secondario rispetto a quello del poeta nella produzione del “chantar”. Amore interviene infatti solo a rifinire, forse a levigare, ciò che il poeta ha generato e su cui già ha “passat la lima” (quan n’aurai passat la lima, / qu’Amor marves plan’e daura / non chantar…).

A prescindere dalle possibili interpretazioni degli ultimi due discussi versi della I cobla di Ab gai so (que de lieis muou / cui Pretz manten e governa), AD sostiene infatti che le sue parole, prima dell’intervento d’Amore, sono comunque verai e sert e quindi, a differenza di quanto affermato da BdV, non prive di valore.

La posizione di BdV in Chantars no pot, diversa da quella che emerge in Ab gai so, ha importanti riferimenti ideologici. Antonelli (1978) individua uno dei principali di questi in Riccardo di S. Vittore (Scozia, ca 1110 – Parigi10 marzo 1173), priore e maestro di teologia presso l’abbazia di San Vittore (presso Parigi) dal 1162 al 1173. Riccardo di S. Vittore, incluso da Dante (Par. X, 130) tra i grandi teologi e dottori della Chiesa, afferma che può parlare d’amore solo chi lo fa sotto l’intimo dettato del cuore. Questo è il ben noto solco nel quale si colloca Dante stesso in Purg. XXIV, vv.52-55:

…I’ mi son un, che quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando.

Ancora più esplicitamente, nella Monarchia, III, IV, 11, Dante definisce Dio “unicus Dictator” che spiega le proprie intenzioni attraverso le penne di molti: “Nam quanquam scribe divini eloquii multi sint, unicus tamen dictator est Deus, qui beneplacitum suum nobis per multorum calamos explicare dignatus est”.

Per BdV, come poi sarà per Dante – con le dovute differenze – il poeta è pertanto strumento materiale, ispirato e mosso da Amore/Dio, che nulla può in assenza di “fin’amors coraus”.

Antonelli (1978, pag. 182, nota 5) ravvisa nei versi di BdV un’ autoesaltazione che si fonda “su una conoscenza ‘amorosa’ da lui ritenuta superiore”: l’amore è cioè strumento di conoscenza e indice di gentilezza e superiorità. Nella II cobla, BdV afferma la propria disponibilità ad amare senza alcuna ricompensa, proprio per l’arricchimento e quindi l’elezione che da questa esperienza deriva. La misura di tale autoesaltazione è ben resa dalle due strofe finali di Chantar no po, in cui il poeta riafferma con forza l’ispirazione del proprio cantare e quindi la propria eccellenza:

Lo vers es fis e naturaus

e bos celui qui be l’enten;

e melher es, qui·l joi aten.

Bernartz de Ventadorn l’enten,

e·l di e·l fai, e·l joi n’aten!

L’indissolubilità tra Amore e canto è affermata da BdV anche nella canzone Can vei la lauzeta mover che, come noto, assieme a No chant per auzel di R. d’Aurenga e a D’amors qui m’a tolu a moi, del romanziere e troviere C. de Troyes, forma una triade di componimenti in cui i tre grandi autori confrontano, anche polemicamente, le rispettive concezioni d’amore. La posizione di BdV nei confronti della mancata ricompensa d’amore è però in questa opera diversa da quella che troviamo in Chantars no pot. Negli ultimi due versi della tornada di Can vei la lauzeta mover, BdV, deluso per l’impossibilità di ottenere amore, dichiara infatti la propria intenzione di rinunciare ad amare e a cantare:

de chantar me gic e m recre,

e de joi e d’amor m’escon.

Proprio su questo atteggiamento si innesta la polemica con il “libertino” R. d’Aurenga, che invece afferma la propria fede assoluta in amore e nella sua donna del momento, e con C. de Troyes, sostenitore della fedeltà assoluta e della paziente sofferenza nell’esperienza amorosa.

Indipendentemente dal “dibattito” tra BdV, R. d’Aurenga e C. de Troyes (si veda al proposito la discussione in Antonelli, 2007), è qui interessante osservare la diversa posizione di AD (in Ab gai so) e di BdV (in Can vei la lauzeta mover), rispetto al possibile fallimento amoroso. All’atteggiamento rinunciatario di BdV, si contrappone infatti la dichiarazione di AD di voler comunque continuare a comporre musica e poesia per l’amata, anche se lei non dovesse curarsi di lui (cobla VI).

Dalla lettura in parallelo di Ab gai so e delle due canzoni Chantars no pot e Can vei la lauzeta mover sembrerebbe quindi che AD voglia ritagliare per se stesso un ruolo in qualche modo più modesto e paziente (ma, proprio per questo, più umano ed eroico) di quello di BdV, sia nella versione autoesaltante di Chantars no pot, che in quella rinunciataria e di autocommiserazione di Can vei la lauzeta mover. E infatti, dall’opera di artistica rifinitura artigianale (cobla I), dalla venerazione quotidiana dell’amata (cobla II), dalle mille messe offerte o pronunciate (cobla III) e dal voler comporre musica e poesia per l’amata, anche se lei non dovesse curarsi di lui (cobla VI), emerge da Ab gai so una figura umana caratterizzata da grande costanza e tenacia, sia per quanto riguarda il proprio ruolo di poeta-fabbro che per la volontà di lottare, pur consapevole dell’inutilità dei propri sforzi. Tale tenacia è emblematicamente rappresentata dalla famosa triplice amara metafora dell’immane e vano lavoro che chiude la canzone:

Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura

e cas la lebre ab lo bueu

e nadi contra suberna.

Riferimenti bibliografici

Antonelli R. (1978). Le Origini. In Storia e antologia della letteratura italiana (a cura di A. Asor Rosa), vol. 1. La Nuova Italia Editrice, Firenze.

Antonelli R. (2007). Avere e non avere: dai trovatori a Petrarca, in “Vaghe stelle dell’Orsa”. L’ “io” e il “tu” nella lirica italiana, a cura di F. Bruni. Marsilio, Padova, pp. 41-75.

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Chantars no pot gaire valer

B. de Ventadorn

Ed. Appel, 1915, 15

I

Chantars no pot gaire valer,

si d’ins dal cor no mou lo chans;

ni chans no pot dal cor mover,

si no i es fin’amors coraus.

Per so es mos chantars cabaus

qu’en joi d’amor ai et enten

la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen.

II

Ja Deus no·m don aquel poder

que d’amor no·m prenda talans.

Si ja re no·n sabi’aver,

mas chascun jorn m’en vengues maus,

totz tems n’aurai bo cor sivaus;

e n’ai mout mais de jauzimen,

car n’ai bo cor, e m’i aten.

III

Amor blasmen per no-saber,

fola gens; mas leis no·n es dans,

c’amors no·n pot ges dechazer,

si non es amors comunaus.

Aisso non es amors: aitaus

no·n a mas lo nom e·l parven,

que re non ama si no pren!

IV

S’eu en volgues dire lo ver,

eu sai be de cui mou l’enjans:

d’aquelas c’amon per aver.

E son merchadandas venaus!

Messongers en fos eu e faus!

Vertat en dic vilanamen;

e peza me car eu no·n men!

V

En agradar et en voler

es l’amors de dos fis amans.

Nula res no i pot pro tener,

si·lh voluntatz non es egaus.

E cel es be fols naturaus

que de so que vol, la repren

e·lh lauza so que no·lh es gen.

VI

Mout ai be mes mo bon esper,

cant cela·m mostra bels semblans

qu’eu plus dezir e volh vezer,

francha, doussa, fin’e leiaus,

en cui lo reis seria saus.

Bel’e conhd’, ab cors covinen,

m’a faih ric ome de nien.

VII

Re mais no·n am ni sai temer;

ni ja res no·m seri’afans,

sol midons vengues a plazer;

c’aicel jorns me sembla Nadaus

c’ab sos bels olhs espiritaus

m’esgarda; mas so fai tan len

c’us sols dias me dura cen!

VIII

Lo vers es fis e naturaus

e bos celui qui be l’enten;

e melher es, qui·l joi aten.

IX

Bernartz de Ventadorn l’enten,

e·l di e·l fai, e·l joi n’aten!

Schema metrico

  • abac cdd; 2 tornadas: cdd dd
  • ottosillabi maschili (8)
  • 7 strofe unissonans + 2 tornadas

Analisi puntuometrica

I

II

III

IV

V

VI

VII

TOT.

1

1

1

1

1

2

6

2

2

3

1

2

3

1

12

3

1

1

1

3

1

2

2

11

4

3

1

3

3

3

2

15

5

2

3

3

8

6

1

1

2

1

6

7

3

3

3

2

3

3

3

21

Ab gai so e la metafora della pioggia nel cuore

Ab gai so e la metafora della pioggia nel cuore

(Fulvio De Santis)

Ab gai so, vv. 13-14 (…ins el cor mi plueu)

l’amor qu’ins el cor mi plueu

Mi ten caut on plus iverna

Rea (2008) osserva che l’uso metaforico del verbo piovere, che troviamo in Arnaut Daniel, viene ripreso in Cavalcanti, per esprimere il “vasto spargersi di amore nel cuore, come se piovesse misteriosamente dall’alto”.

Ad esempio, nel verso 11 del componimento XIV di Cavalcanti si trova:

par che nel cor mi piova

un dolce amor sì bono

Rea (2008) osserva che l’uso metaforico dell’immagine della pioggia nel cuore, in relazione a sentimenti dell’animo, ripresa da Cavalcanti, non sembra avere precedenti nella lirica trobadorica e italiana.

Il modello di Arnaut Daniel sarebbe di matrice scritturale. Nella Bibbia e nei testi esegetici la metafora della pioggia interiore esprime l’avvento della grazie divina nel cuore degli uomini. Ad esempio (Salmo 71, 6-7):

descendet sicut pluvia in vellus et sicut stillicidia stillantia super terram

Cfr. anche Petrus Cellensis, Tractatus de Disciplina Claustralis:

http://books.google.it/books?id=4Yqjcxgk_M4C&dq=%22amor%20pluit%22&pg=RA6-PA1141&ci=96,1072,414,381&source=bookclip

Triplex sildevolio alia compuncliva alia suspi riosa alia lacrymosa Compunctiva est Tons scatu ïicns 8uspiriosa esl fous saliens lacrymosa fons Miperebulliens Pungit compunctiva elicit suspi riosa fundit cl pluit lacrymosa Timor pungit spcs elicit amor pluit Yenam stringit limor spes ape ril amor humorem cum impetu spiriluseducil Sic minulus sanguine peccati ligamenlo ferro ctmotti cordls voluntario dicat Domino Voluntarte sacrificaba libi Pial LIU 8 qui ante prasidem l galus aslitisli qui clavis conlixus in ligna pe pendisli qui lancea percussus sanguinem et aquam dedisli oblatus es quasi non coactus quasi qui nouions sed dévolus cl sponlancus quia voluisli Jam de causa dicendum est in qua jï i noiav

Cavalcanti estende l’uso della metafora della pioggia nel cuore per esprimere l’attivazione di processi interiori dell’io lirico, con particolare riferimento a “affezioni dolorose” dell’animo che risultano, nella lirica del fiorentino, inesorabilmente fatali. Ad esempio in Cavalcanti XXXI, v. 13, si legge

e veggio piover per l’aere martiri

che struggon di dolor la mia persona

Il poeta fiorentino va oltre, spostando la metafora della pioggia dal “cor” alla “mente” (XVII, v. 12):

allora che nella mente piova

una figura di donna pensosa

che vegna per veder morir lo core

Il motivo della pioggia d’amore è presente anche in Dante. Perugi (1995) evidenzia quattro occasioni in cui tale motivo viene utilizzato, due nelle Rime e due nel Paradiso.

Nella ballata I’mi son pargoletta (vv. 11-12) il motivo è, secondo Perugi, “usufruito attraverso le ballate cavalcantiane”.

Ciascuna stella ne li occhi mi piove

Del lume suo e de la sua vertute

Recupero più autentico del modello arnaldiano è invece quello nella canzone Io son venuto (vv. 67-68):

Canzone, or che sarà di me ne l’altro

dolce tempo novello, quando piove

amore in terra da tutti li cieli,

quando per questi geli

amore è solo in me, e non altrove?

Gli usi della metafora della pioggia d’amore si trovano nei canti XXVII e XXXII.

Paradiso XXVII, 106 e seg.

(Spiegazione di Beatrice sulla struttura dell’universo e del Primo Mobile)

«La natura del mondo, che quïeta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ‘l volge e la virtù ch’ei piove.

Paradiso XXXII, v. 88 e seg.

(S. Bernardo invita Dante a guardare la Vergine)

Io vidi sopra lei tanta allegrezza
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

M Perugi (1995). Un’idea sulle rime di Dante. Introduzione a D. Alighieri, Rime, a cura di G. Contini. Einaudi Tascabili.

R. Rea (2008). Cavalcanti poeta. Uno studio sul lessico lirico. Edizioni Nuova Cultura. Roma.

RETOMBA

Di seguito una breve scheda del termine che abbiamo incontrato al v. 44 di Si·m fos Amors de joi donar tan larga: “[…] ieu non ai cor ni poder que·m descarc/ del ferm voler ue n’es pars de retomba […]”:

Da Raynouard (V, 372, I, n° 5)

Retomba, retumba, s.f., siphon, cycloide [sifone]

es. “Ses muiol e ses retomba” (Arnaut Daniel, Lancan son passat li giure) [Senza mozzo e senza sifone]

OPPURE Pot, bouteille, ampoule, fiole [vaso, brocca, boccale, bottiglia, fiala, boccetta]

es. “Atressi cum la retumba/ franh leu e fai maynta lesca,/ franh amors” (Elias Cairel, Era no vei) [così come la fiala si frange facilmente e dà origine a molte schegge, così si frange l’amore]

es. 2 “Amors d’aital hom non dura,/ ans frainh leu plus d’una retomba” (Roman de Jaufre) [l’amore di simili uomini non dura molto, anzi si frange più rapidamente che un’ampolla]

Dal Supplement di Levy

Levy discute sull’alternanza dei significati sifone/coppa/bottiglia specialmente in Arnaut, e propone gli interventi degli editori per distinguere i vari casi; in seguito riporta altri esempi per i vari significati già proposti da Raynouard.

Dal Godefroy

Retombe, s.f., coupole OPPURE vaisseau ou vase de terre d’une forme ronde.

Godefroy riporta diverse attestazioni del termine in diversi testi tutti in prosa (la maggior parte sono documenti di tipo annalistico, glossari, o fogli sciolti di manoscritti). Il verbo corrispondente è retombir (v., retentir = echeggiare, risuonare, ripercuotersi) e questo presenta invece alcune attestazioni poetiche (come Perceval, Chanson d’Antioche).

Dal Glossarium mediae et infimae latinitatis di Du Cange

Retumba= “consutudines monasterii de Regula, seu de la Reole, apud Labbeum”

Dal Breve diccionario di Corominas

Retumbar, “risuonare con strepito”, 1495. Voce imparentata col francese antico tombir e retombir, di probabile origine onomatopeica.

Retomba: legami intertestuali

Introduzione

Ai versi 43-44 di  Si.m fos Amors di Arnaut Daniel (AD) si legge:

qu’ieu non ai cor ni poder que.m descarc

del ferm voler que n’ es pars de retomba

M.L. Meneghetti, nel suo volume su “Il pubblico dei trovatori” (1984), basandosi anche sugli studi di G. Oliver (1973-74), propone di interpretare il termine retomba, letteralmente “fiala/fiasca di vetro” (si veda la scheda linguistica a seguire), nel senso semanticamente assai più pregnante di “fiala del filtro d’amore”, con chiara allusione al filtro d’amore per eccellenza: quello della leggenda tristaniana.

L’analisi della Meneghetti sostiene l’ipotesi di un rapporto intertestuale tra i due grandi componimenti arnaldiani, Si.m fos Amors e Sestina, per i quali già è possibile ipotizzare che costituiscano “sistema”, e i tre famosi componimenti

No chant per auzel di R. d’Aurenga (RdA),

D’amors qui m’a tolu a moi di C. de Troyes (CdT),

Can vei la lauzeta mover di B. de Ventadorn (BdV).

Si tratta, come noto, di una triade di canzoni in cui i tre grandi autori confrontano, anche polemicamente, le rispettive concezioni d’amore. La Meneghetti, come illustreremo a seguire, ravvisa nei due citati componimenti di AD una consapevole e voluta partecipazione del poeta alla disputa tristaniana dei tre autori precedenti.

L’analisi della studiosa viene presentata come prova di ipotesi più generali riguardanti la produzione lirica provenzale. L’idea di base è che le opere dei trovatori non siano

“casualmente oggetto di recuperi, ridiscussioni, riformulazioni; esse piuttosto appaiono spesso progettate in vista di un apporto (di un arricchimento) esterno” (pag. 147).

La disputa tristaniana di RdA, CdT e BdV

Intorno al 1170 RdA, CdT, che ricordiamo essere un autore di romanzi e troviere, ovvero non occitanico, e BdV danno luogo a quella che la Meneghetti definisce una “importante  aggregazione di contributi poetici” attorno a un duplice tema :

la possibile realizzazione dell’amore cortese

  • la sua durata.

Le tre canzoni condividono

  • il tema, ovvero l’amore non (ancora) realizzato;
  • la presenza di un  riferimento a un Tristano (o alla leggenda tristaniana e al filtro d’amore).

Il riferimento al filtro d’amore è presente nelle canzoni di RdA e CdT e assente in quello di BdV. L’invio nella canzone di quest’ultimo è proprio a un Tristano, che Roncaglia riconosce come senhal per CdT. L’invio nella canzone di RdA è invece per Carestia/CdT.

La situazione si schematizza nel modo seguente:

RdA CdT BdV
Filtro nel testo si si
Invio Carestia Tristano

Lo scambio sarebbe quindi il seguente:

RdA invia a Carestia/CdT una canzone in cui afferma che l’amore è

Eterno

Realizzabile (anche perché sostenuto dal filtro d’amore).

Cdt risponde sostenendo che l’amore è

Eterno

Indipendente dalla sua realizzabilità.

In particolare CdT esprime un netto rifiuto di un amore dovuto a un filtro d’amore. In questo modo il romanziere ottiene il duplice scopo di condannare la passione cieca di cui la storia tristaniana è emblema e di polemizzare nei confronti della concezione amorosa libertina di RdA.

Al “dibattito” si unisce quindi BdV il quale, non fa riferimento al tema del filtro ma invia a Tristano/RdA il suo componimento. Il messaggio della canzone di BdV, in contraddizione parziale con lo spirito tipico delle altre opere del grande trovatore, è decisamente pessimista. L’irrealizzabilità dell’amore sostenuta nel componimento impedirebbe, secondo la Meneghetti, ogni riferimento al tema del filtro che, nella concezione “cortese” più tradizionale sarebbe comunque responsabile di un amore folle ma eterno, qui negato. Il legame intertestuale con la coppia di componimenti di RdA e CdT viene quindi stabilito con:

  1. la ripresa dello schema metrico della canzone di RdA
  2. invio a Tristano/RdA e il riferimento alla materia bretone
  3. la ripresa del tema dell’innamoramento attraverso gli occhi presente in CdT e qui negato con la ben nota posizione riguardo alla natura narcisistica dell’innamoramento.

La conclusione pessimistica di BdV è quindi che l’amore è pura illusione narcisistica che non esiste al di fuori del soggetto che ama.

L’intervemto di AD nella disputa tristaniana

Come anticipato, per la  Meneghetti AD interverrebbe nella disputa a tre della generazione del 1170 con Si.m fos Amors e la Sestina, proponendosi come risolutore della disputa stessa.

Il legame della coppia-sistema di AD con la terna-sistema sarebbe dimostrabile da un doppio ordine di motivi, in rapporto gerarchico tra loro, nell’ambito della discussione sulla natura dell’amore cortese:

  1. la voluntas
  2. il ruolo del filtro d’amore (retomba) e tema tristaniano.

Campo semantico della volontà.

AD colloca infatti la definizione del suo concetto di amore nell’ambito del campo semantico della volontà, ricco di implicazioni filosofico-mistiche (in particolare si vedano i legami con  il “volontarismo” di stampo vittorino). Lo stesso campo semantico è ben ravvisabile sia nella canzone di CdT (v.31) che in quella di BdV (v.16).

Il campo semantico della volontà in AD è rappresentato embleticamente dal celebre ferm volers della sestina, presente anche due volte in Si.m fos Amors (v. 25-26 e 35-36, qui collegato direttamente con il termine retomba) e una volta in Sols sui qui sai (v.3).

Da notare come la sfera della volontà è presente nell’opera di AD, ad esempio in Ab gai so, anche quando il poeta affronta l’area tematica dell’ispirazione e della produzione poetica.

Tema tristaniano.

Il senso dell’intervento di AD sarebbe in linea con quello di CdT: la sua volontà di amare (il fermo volere) non è quindi come quello di Tristano, frutto di un filtro e folle. Ne discenderebbe che l’amore cortese (come l’ispirazione poetica) non deve dipendere da elementi soprannaturali e che la sua durata, svincolata dalla realizzazione, non può che essere eterna.

La scoperta del tema tristaniano, inoltre, secondo la Meneghetti, consentirebbe, visto il rapporto tra Si.m fos Amors e Sestina, di riconoscere nell’oncle della Sestina lo zio-oppositore di Tristano.

Il contributo di AD alla disputa tristaniana realizzerebbe in questo modo, oltre a una raffinatissima tecnica di intertestualità, una forte affermazione (vanto) per il superamento dell’oppositore realizzato proprio grazie al ferm voler.

MATERIALI SULLA RIMA IN -OMBA

Si è discusso riguardo il dualismo esistente – e in realtà non del tutto risolvibile – nella traduzione del verso 4 di Si·m fos Amors de joi donar tan larga: “qu’ieu am tan aut qu’espers me pueg’e·m plomba“, specie per quanto rigurda il significato del verbo plombar. Il verbo entra in locuzione col precedente riproducendo, come in diversi altri luoghi arnaldiani, il movimento della ruota della Fortuna e dunque può essere tradotto come “affondare” oppure, seguendo la traduzione di Eusebi, indica un rafforzamento e dunque è “rinsaldare”? Vediamo di seguito alcuni materiali utili alla riflessione.

Ricercando con Trobvers le occorrenze della rima in –omba (appunto quella di plomba), ecco i risultati:

31 occorrenze, di cui:

– 6 da 29, 17, ovvero “Si m fos Amors de joi donar tan larga” (Eusebi, 1995, XVII), nostro testo di partenza;

– 6 da 29, 11, ovvero un altro testo arnaldiano, “Lancan son passat li giure” (Eusebi, 1995, IV);

5 da 80, 29, ovvero Bertran de Born, “Non puosc mudar mon chantar non esparja“;

– 2 da 80, 24a, ovvero Bertran de Born, “Mal o fai domna cant d’amar s’atarja“;

– 6 da 133, 2, ovvero Elias Cairel, “Ara non vei puoi ni comba“;

5 da 214, 1, ovvero Guillem de Durfort, “Quar say petit, mi met en razon larga“;

1 da 457, 10, ovvero Uc de Saint-Circ, “De vos me sui partitz; mals focs vos arga“.

Ecco i testi completi:

29, 11

Lancan son passat li giure

e no·i reman puoi ni comba

et el verdier la flors trembla

sus en l’entrecim on poma,

la flors e li chan e·il clar quil

ab la sazon doussa e coigna

m’enseignon c’ab Joi m’apoigna

sai al temps de l’intran d’abril.

Ben greu trob’om joi desliure,

c’a tantas partz volv e tomba

fals’Amors, que no s’asembla

lai on Leiautatz asoma:

q’ieu non trob jes doas en mil

ses falsa paraulla loigna

e puois c’a travers non poigna

e non torn sa cartat vil.

Totz li plus savis en vauc hiure

ses mujol e ses retomba,

cui ill gignos’en cel embla

la crin qe·il pent a la coma

on plus pres li bruit de l’auzil

e plus gentet s’en desloigna;

e·l fols cre mieills d’una monga

car a simple cor gentil.

Ses fals’Amor cuidei viure,

mas ben vei c’un dat mi plomba

qand ieu mieills vei qu’il m’o embla;

car tuich li legat de Roma

non son jes de sen tant sotil

que sa devisa messoigna,

que tant soaument caloigna

m’en posca om falsar un fil.

Qui Amor sec per tal liure!

Cogul tenga per colomba;

si·ll o ditz ni ver li sembla,

fasa il plan del Puoi de Doma;

qan d’el plus prop es, tant s’apil;

si co·l proverbis s’acoigna,

si·l trai l’uoill, sol puois lo·il ongna,

sofr’e sega ab cor humil.

Ben conosc ses art d’escriure

que es plan o que es comba,

q’ieu sai drut que si assembla

don blasma lei s’el col groma;

q’ieu n’ai ja perdut cortil,

car non vuoill gabs ab vergoigna

ni blasmes ab honor joigna,

per q’ieu loinge son seignoril.

Bertran, non cre de sai lo Nil

tro lai on lo soleils ploigna

mais tant de fin joi m’apoigna

. . . . . . . . . . . . . . . . .

80, 29 (testo da Martin de Riquer, Los Trovadores, II, pp. 727-730, basato sull’edizione Appel “con un retoque en el verso 23”)

No puosc mudar un chantar non esparja,

puois n’Oc-e-No a mes fuoc e trach sanc,

quar grans guerra fai d’eschars senhor larc,

per que·m platz be dels reis vezer la bomba,

que n’aian ops paisso, cordas e pom,

e·n sian trap tendut per fors jazer,

e·ns encontrem a miliers et a cens,

si qu’apres nos en chan hom de la gesta.

Anta l’adutz e de pretz lo descharja

guerra, celui cui om no·n troba franc,

per qu’ieu non cuch lais Caortz ni Carjac

mos Oc-e-No, puois tan sap de trastomba.

S·il reis li da lo tesaur de Chinom,

de guerra a cor, et aura·n puois poder.

Tan l’es trebalhs e messios plazens

que los amics e·ls enemics tempesta.

Qu’ieu n’agra colps receubutz en ma tarja

e fach vermelh de mon gonfano blanc,

mas per aisso m’en sofrisc e m’en parc,

que N’Oc-e-No conosc qu’un dat mi plomba.

Mas non ai ges Lizinha ni Rancom,

q’ieu puoscha lonh osteiar ses aver;

mas aiudar puosc de motz conoissens,

escut al col e chapel en ma testa.

Si·l reis Felips n’agues ars’una barja

denan Gisortz, o crebat un estanc,

si qu’a Roam entres per forza el parc,

que l’assetges pel puoi e per la comba,

qu’om no·n pogues traire breu ses colom,

adoncs sai ieu qu’el volgra far parer

Charle, que fo dels mielhs de sos parens,

per cui fo Polha e Sansonha conquesta.

Anc naus en mar, quan a perdut sa barja

et a mal temps e vai urtar al ranc

e cor plus fort qu’una saieta d’arc

e leva en aut e puois aval jos tomba,

no trais anc pieis, e dirai vos be com,

qu’ieu fatz per lieis que no·m vol retener,

que no·m mante jorn, terme, ni convens,

per que mos jois, qu’era floritz, bissesta.

Vai, Papiols, ades tost e correns,

a Trainac sias anz de la festa;

di·m a·N Rotgier et a totz sos parens

qu’ieu no trop mais “omba” ni “om” ni “esta”.

TRADUZIONE

“Non posso astenermi dal propagare un canto

poiché “Sì-e-No” ha dato fuoco e sparso sangue,

perché la guerra rende generoso il signore meschino,

perciò mi piace molto vedere il fasto dei re,

che abbiano bisogno di palizzate, corde e pomi

e che siano montate esternamente tende per riposare

e che ci incontriamo (urtiamo) a migliaia e a centinaia

cosicché dopo di noi si parli di gesta.

La guerra porta vergogna e spoglia dal merito

colui che non è considerato audace,

perciò non credo che “Sì-e-No” abbandoni Caors né Carjac,

giacché tanto sa fare le capriole (tanto ha ardore in guerra dunque).

Se il re gli dà il tesoro di Chinon

ha volontà di (far) guerra, e ne avrà poi il potere.

Tanto gli piacciono gli affanni e i dispendi

che rovina gli amici (alleati) e i nemici.

Poiché ho ricevuto colpi sul mio scudo

e rendo vermiglio il mio gonfalone bianco,

però lo sopporto e me ne astengo

perché so che “Sì-e-No” mi falsifica un dado.

Ma non posseggo affatto Lusignan né Rancon,

tanto da poter guerreggiare lontano senza denaro;

ma posso aiutare con parole sperimentate,

lo scudo al collo e il cappello (l’elmo?) sulla testa.

Se il re Filippo avesse incendiato una barca o turbato

uno stagno di modo da invadere per (con la) forza il parco di Roan

e il sito dal monte e dalla valle per (di) fortuna/caso

che non si potrebbe inviare messaggio senza colombo

dunque io so bene che lo vorrei far apparire

come Carlo (Magno), che fu il migliore dei suoi genitori (della sua stirpe)

per cui (per il suo essere migliore) furono conquistate Puglia e Sassonia.

La nave nel mare, quando ha perso la sua lancia

e con il maltempo va a urtare contro lo scoglio

e corre più velocemente che una saetta dall’arco

e si solleva in alto e poi giù in basso affonda,

mai soffrì tanto, e vi dirò bene come,

quanto io faccio per lei che non mi vuole mantenermi,

che non mi guarda mai [termine né promessa??]

per cui la mia gioia, che era fiorita, diventa nefasta

Vai, Papiol, adesso rapido e veloce,

fa in modo di trovarti a Trainac prima della festa

e dì per me al signor Ruggero e a tutti i suoi parenti

che io non trovo più “omba” né “om” né “esta”.

Martin de Riquer riporta per questo testo anche una breve introduzione e la razo del componimento, che vediamo di seguito:

Su 80, 29 – Da Martin de Riquer, Los Trovadores, II (pp. 727-730)

[Trad.] Poesia scritta in occasione della guerra tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto di Francia (maggio-giugno 1188). Ha le caratteristiche di un sirventes-canso perché la quinta strofa è di argomento amoroso. Bertran de Born segue qui la struttura strofica e le rime peculiari della canzone di Arnaut Daniel Si·m fos Amors, con sei strofe e una tornada; però il nostro trovatore, che ha ripreso di pari passo la forma, ne compone solo cinque e con ironia si giustifica, nella seconda tornada, affermando di essere incapace di trovare ancora rimanti con le terminazioni rare -omba, -om ed -esta. Dante Alighieri, in De vulgari eloquentia, II, II, cita questo sirventese quando menziona Bertran de Born tra i poeti famosi per aver cantato le armi.

RAZO del componimento (da Boutière-Schultz)

“Anc mais per ren qu’En Bertrans de Born disses en coblas ni en serventes al rei Felip ni per recordamen de tort ni d’aunimen que·ill fos faitz, no volc guerrejar lo rei Richart; mas En Richartz si sailli a la guerra, quant vit la frevoleza del rei Felip, e raubet e preset e ars castels e borcs e villas, et aucis homes e pres; don tuich li baron a  cui desplasia la patz foron molt alegre, e·N Bertrans de Born plus que tuich, per so que plus volia guerra que autr’om e car crezia que per lo seu dire lo reis Richartz agues comensada la guerra, ab lo qual el s’apellava “Oc-e-No”, si come auziretz el sirventes qu’el fetz si tost com el auzi qu’En Richartz era saillitz a la guerra; et el fetz aquest sirventes que comenssa: “Non puosc mudar un chantar non esparga”.

[trad. “Per quanto Bertran de Born diceva nelle strofe e nei sirventesi al re Filippo e per quanto gli ricordasse le ingiustizie e i disonori di cui era stato oggetto, mai (il re Filippo) aveva mosso guerra al re Riccardo; però Riccardo intraprese la guerra quando vide la debolezza del re Filippo, e saccheggiò, prese e incendiò castelli, borghi e ville, e uccise e imprigionò uomini; per queste ragioni a tutti i baroni a cui dispiaceva la pace erano molto allegri, e Bertran de Born più di tutti, perché era quello che chiedeva la guerra più degli altri e perché credeva che a causa delle sue parole il re Riccardo avesse intrapreso la guerra, con le quali egli si chiamava (veniva chiamato) “Sì-e-No”, così come sentì nel sirventese che fece non appena sentì che Riccardo aveva intrapreso la guerra; e fece questo sirventese che comincia “Non puosc…”]

Di seguito ancora il passo del De vulgari eloquentia in cui Dante cita sirventese-contrafactum di Bertran de Born appena proposto:

Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, II, II, 7-9:

“[…] hec tria, salus videlicet, venus et virtus, apparent esse illa magnalia que sint maxime pertractanda, hoc est ea que maxime sunt ad ista, ut armorum probitas, amoris accensio et directio voluntatis. Circa que sola, si bene recolimus, illustres viros invenimus vulgariter poetasse, scilicet Bertramum de Bornio arma, Arnaldum Danielem amorem, Gerardum de Bornello rectitudinem; Cynum Pistoriensem amorem, amicum eius rectitudinem. Bertramus etenim ait “Non posc mudar c’un cantar non exparia”; Arnaldus: “L’aura amara/ fa l bruol brancuz/ clarzir”; Gerardus: “Per solaz reveilar/ che s’es trop endormiz”; Cynus: “Digno sono eo di morte”; amicus eius: “Doglia mi reca ne lo core ardire” […]” [E questi tre, cioè salute, amore e virtù, sembrano essere quei grandi argomenti di cui si deve massimamente trattare, cioè quelle che cose che più si avvicinano a esse, come la prodezza delle armi, la passione amorosa e la retta volontà. E solo di questi argomenti, se ben ricordiamo, troviamo che gli uomini illustri abbiano poetato, cioè Bertran de Born circa le armi, Arnaut Daniel sull’amore, Giraut de Bornelh sulla rettitudine; Cino pistoiense sull’amore, il suo amico riguardo la rettitudine. E infatti Bertran compose “Non posc mudar…”; Arnaut “L’aura amara…”; Giraut: “Per solaz reveilar…”; Cino: “Digno son eo…”; il suo amico “Doglia mi reca…”].

80,24a

Mal o fai domna cant d’amar s’atarja.
Mentr’es joves a.l color fresc e blanc
E las tetinas duras ses tot embarc,
E.l ventr’es planz senz ruas e senz comba
E.l conz es gros e.il pelet estan som!
A las ancas planas per meils jazer
E.ls petz petitz e.ls oils clars e rizens
E.l cors fresqet e.l pel saur en la testa.

Pois s’en repen cant il ha la pel larja
Qe li ruon li costat e li flanc,
Et a los oils plus vermeils d’un rainart
E.l cap canut e pansa con retomba,
Et a perdut tot son prez e son nom.
Adoncas vol zo qe nom pot aver —
Mas mentr’en leis es beutatz e jovenz,
Qi la enqier no s’o ten ges a festa.

Da “L’amour et la guerre – L’oeuvre de Bertran de Born” di G. Gouiran, 1985 (tomo II, pp. 839-844) – Premessa al testo

“Ces deux trophes se trouvent au debut de la page 448 du manuscrit Campori sous le nom d’En Bertran de Born, la page précédente étant entièrement consacrée au sirventes “Non puesc mudar mon cantar non esparja” dont ces deux coblas suivent rigoureusement la métrique et les rimes. Stimming […] pense que le grand nombre des fautes de métrique comme de style et l’inspiration d’un réalisme cru ne permittent pas d’attribuer ces deux coblas à Bertran de Born. Je crois qu’il s’agit d’un texte, sans prétention littéraire, composé sur une mélodie connue et qui a été placé après la pièce qu’il imitait; le copiste lui aura attribué le même auteur qu’à l’original. Même si le thème traité a été abordé par Conon de Béthune, avec beaucoup plus de légèreté et d’esprit au demeurant, je ne crois pas qu’on puisse attribuer ces deux coblas à notre troubadour” [Queste due strofe si trovano all’inizio della pagina 448 del manoscritto Campori sotto il nome di Bertran de Born, essendo la pagina precedente completamente occupata dal sirventese “Non puesc mudar…” di cui queste due coblas seguono rigorosamente la metrica e le rime. Stimming pensa che il gran numero di questi fatti di metrica e di stile e l’inspirazione realistica particolarmente cruda non permettono di attribuire queste due coblas a Bertran de Born. Io credo che si tratti di un testo, senza pretese letterarie, composto su una melodia conosciuta ed è stato perciò posto di seguito al pezzo che imita; il copista lo avrà attribuito allo stesso autore dell’originale. Essendo stato trattato lo stesso tema da Conon de Bethune, con molta più leggerezza e spirito a dire il vero, io non credo che si possano attribuire queste due coblas al nostro trovatore].

457,10 – componimento di una sola cobla

De vos me sui partitz; mals focs vos arga;

c’autra n’am mais que vos non amiei anc,

e ges non es loinc de mi un trat d’arc

e val d’aitals una gran plena comba.

cil lauzenzier non sabon ges son nom;

per qe neguns no m’en pot dan tener;

e ja per vos non sarai mais soffrens,

ans vos prezai ben d’aiqels de la festa.

133, 2 (testo da Rialto, basato sull’edizione Lachin, 2004)

Era no vei puoi ni comba

on foilla ni flors paresca,

mas la blancha neu que tresca

mesclad’ab vent et ab ploia,

per qu’ieu ai talan que fassa

saber lai en terra grega

tal vers que ma domn’entenda,

don vuoill ma razon soissebre.

Plus es ses fel que colomba

ma dompna e vermeilla e fresca

per que·l cors me sauta e·m tresca,

car sa valors creis e poia:

mas mon cor trob fol car cassa

so qu’ieu no cre que cossega,

pero neuns non entenda

qu’eu l’am mais per joi recebre:

c’us rics savais que trastomba

Finamor e l’entrebesca

se met ab dompnas en tresca

et a la persona voia

de valor e de ben lassa

e tenc domna trop per pega

que sofre qu’en lieis entenda,

ni camja pin per genebre.

C’atressi cum la retomba

fraing leu e fai mainta lesca

fraing Amors qand ab lieis tresca

cel qu’ab sa ricor la loia,

qu’el vai dizen: “Tals m’abrassa

qu’es pres de mi una lega”,

tant tro que·l maritz l’entenda;

gardatz si·l deu saber pebre!

Si co·l pescaire que plomba

en la mar e pren ab l’esca

lo peisson que sauta e tresca,

atressi·m ten pres en boia

Finamors e no·m deslassa:

doncs, pois ill vol q’ieu la sega

e q’en tan ric luoc m’entenda,

pot me ric far o decebre.

Soven chai e leva e tomba

cel cui Finamors envesca

q’inz el cor me sauta e·m tresca,

mas jes maltraitz no m’enoia,

qe·l cor la bocha menassa

car so q’ieu plus desir nega,

doncs s’ill platz mos huoills entenda

madomna, e pot s’apercebre.

Vers, tost e corren t’en passa

tot dreich lai en terra grega:

ma domna, s’ilh platz, t’entenda,

q’autra res no·m pot erebre.

Lo marques de Massa cassa

bon pretz on qe lo cossega,

e totz lo mons vuelh qu’entenda

que sa valors sembla pebre.

ESTANC – SCHEDA DEL TERMINE

“[…] E si be·m fas lonc esper no m’embarga

qu’en tan ric loc me sui mes e m’estanc

don si belh dig mi tenon de joi larc […]”

Prendiamo a titolo d’esempio i vv. 9-11 di Si·m fos Amors de joi donar tan larga [in traduzione: e se faccio una lunga attesa non mi dispiace (forse più letterale, in ogni caso vicina, rispetto alla traduzione proposta da Eusebi, “mi importa”; embargar, denominale da embarc, significa infatti ostacolare, imbarazzare, impedire – da Raynouard)/ poiché mi son messo e resto in un così ricco luogo/ in cui le sue belle parole mi rendono pieno (cioè prodigo, tanta ne ho) di gioia] per passare a esaminare il verbo estancar, denominale da estanc.

Da Raynouard:

ESTANCAR o ESTANQUAR, verbo (denominale da estanc): stancare, il cui etimo è forse *STANTICARE.

Tra i significati:

1) Arreter, contenir, calmer – fermare, contenere, calmare

Esempi:

Tro que foron lay on estet

l’enfant, et aqui s’estanquet” (dal volgarizzamento di un Vangelo apocrifo)

Fig. “Perqu’el desirs amoros no s’estanca” (H. Brunet, Cortezamen)

2) Rassasier – saziare, appagare

Esempi:

(Participio passato) “Tro qu’el critz es totz estancatz” (dal Roman de Jaufre)

Il Supplement wortherbuch di Levy propone, come ulteriori significati per estancar: frenare, arrestare, ritardare, rallentare, fermare e fermarsi, fare stagno, chiudere, serrare, trattenere, tenere a mente, mantenere calmo, conservare.

1) ESTANC (ma anche ESTAYNCH, ESTANH, STANC) è sostantivo maschile, dal latino stagnum, per cui è stagno, lago

Esempi:

M’estai miels qu’als gras peys en l’estanc” (Johan Esteve, Aissi cum)

Si’l reis Felips n’agues ars una barja

denan Gisorc, o crebat un estanc” (Bertran de Born, Non puosc mudar)

FIG. “Amors es de pretz la claus

e de proeza us estancx” (Arnaut Daniel, En breu brizara·l temps braus)

ALTRI ESITI ROMANZI (sempre da Raynouard): CAT. Estany; ANC. ESP. Estanco; ESP MOD. Estanque; PORT. Tanque; IT. Stagno.

2) ESTANC, aggettivo: stabile, solido

Esempi:

Aissi·m te amors franc

qu’alor mon cor no·s vire

ans l’ai ferm et estanc” (Raimond de Miraval “Aissi·m te amors“)

Dal Supplement worterbuch di Levy:

Per estanc, tra significati ed esempi ulteriori, cita anche “droit exclusif qu’un seigneur avait de vendre du vin aux habitants de sa seigneurie pendant una certaine epoque de l’annee; taxe qu’il percevait pour l’abandon de ce droit” [diritto esclusivo che un signore aveva di vendere vino agli abitanti della sua signoria durante un certo periodo dell’anno; tassa che egli percepiva per la cessione di tale diritto] (citando a sua volta da Godefroy, in cui estanc come aggettivo vuol dire invece desseché, sec, épuisé, las, vaincu, cioè inaridito, secco, esaurito, spossato, vinto).

Vediamo ora gli etimi latini, in latino classico:

Da IL – Castiglioni Mariotti

Stagno, as, avi, atum, are → stagnare, essere stagnante; di luoghi, essere inondato, sommerso; allagare, inondare, sommergere; rendere stagnante.

Stagnum, i → acqua stagnante, stagno, pantano, lago; poet. acqua, mare; stagno artificiale, bacino.

E latino tardo:

Dal Glossarium mediae et infimae latinitatis di Du Cange

Stagnare: stagno seu stanno obducere; oppure sanguinem sistere, ne fluat.

Stagnum:

mare;

stagnum pro stannum,cioè stagnum, lacus, qui non effluit, vel genus metalli; stagnum, Isidoro dicitur, quod metallum secernit;

– dalla Charta Joannis Abbatis S. Bertini: “Dicimus quod fossatum semper remaneat fossatum, nec Stagna ibi possint figi, nisi partes consentiant, ut dicta Stagna remaneant ibidem“;

sedes, sedile (pro Scamnum);

Stagnum hic idem quod Bannum vini, jus scilicet quod domino feudi competit vinum suum certo dierum spatio vendendi, aliis a vin proprii venditione cessantibus (la stessa definizione, sopra riportata, ripresa anche da Godefroy).

Passiamo dunque agli esiti galloromanzi di stagnum e stagnare, così come li elenca il Wartburg:

– Stagnum porta, come già visto, al provenzale estanh, estaynch, estaing; medio francese stagneux (agg.); francese moderno stagnal (agg.cioè provenant des eaux des etangs et des lacs oppure qui vit dans les marais), stagnicole; italiano stagno;

– Stagnare ha come esiti estagnà, étancher (riflessivo, s’imbiber, se souler); antico francese staigner (cioè deborder en formant un etang); medio francese restaigner (cioè croupir, etre stagnant des sentiments o des humeurs du corps), stagnant (cioè qui ne coule pas; qui ne circule pas et s’accumule dans quelque partie du corps; inactif, qui ne fait aucun progres); francese moderno stagner (non colare; non muoversi; essere stagnanti sulla via spirituale), dall’ablativo stagnation (cioè inertie, suspension d’activité; oppure stagnare del sangue e degli altri umori corporali).

Per l’antico francese, il Godefroy riporta, tra i significati, per estanchier [che varia con estenchier, esthanchier, estancier, -sier, -quier, -kier, -cquier, -cher, estauncher, estainchier, estaingchier, atanchier, atainchier, stanchier, stainchier]: fermare, arrestare (anche in senso riflessivo); opporre, ostacolare, prevenire; far cessare, terminare; disseccare; stancare una persona, seccare o asciugare le sue lacrime; arrestarsi per la stanchezza, abbattersi, faticare. In conclusione, l’Autore propone la seguente nota: “la langue moderne a gardé le verbe etancher dans le sense d’etoupper, de boucher les petites ouvertures d’un vaisseau, d’arreter l’ecoulement d’une chose liquide qui s’enfuit par quelque ouverture; etancher un batardeau, une cuve, etancher le sang. C’est pas extension, et toujours dans le sens d’arreter, qu’on dit etancher la soif.” [La lingua moderna ha conservato il verbo nel senso di “bloccare, ostruire le piccole aperture di un vascello o vaso, di arrestare lo scorrere di un liquido attraverso un’apertura; ostruire una diga provvisoria, una tinozza; arrestare il (flusso di) sangue. Per estensione, e sempre nel senso di arrestare, si dice bloccare la sete]. Per stagne [o stainche, estainge, tanche] abbiamo: etang (stagno), noms de lieux anciens (antico toponimo).

Concludiamo infine con la rassegna dei significati degli esiti italiani, attraverso il  Grande dizionario della lingua italiana di Battaglia e ulteriori dati etimologici, sempre per l’italiano, dal dizionario Cortellazzo-Zolli.

Sul Battaglia abbiamo, per stagnare:

–        Fermarsi o esser fermo in una conca, bassura o ansa, formando una pozza, uno stagno o un acquitrino; impaludarsi;

–        Per estensione: cessare di scorrere, p. es di fuoriuscire da una ferita;

–        Essere a stento trattenuto, detto p. es anche delle lacrime dalle ciglia;

–        Bloccarsi, interrompersi;

–        Cessare di fuoriuscire da un recipiente;

–        Esser sospeso nell’aria o in un ambiente;

–        Permanere (detto p. es di un insieme di suoni); avere andamento lento e monotono; restare non pronunciato;

–        Restare inerte o fermo nel luogo in cui ci si trova; rimanere fisso (p. es dello sguardo); restare a lungo inevaso (p. es di pratica); consolidarsi;

–        FIG. Persistere in una persona o nell’animo, nella mente; mantenersi lungamente (di pensiero, atteggiamento, sentimento); restare impresso (p. es nei tratti del volto); acquietarsi;

–        Trascorrere con monotonia, senza novità o entusiasmi;

–        Mantenersi in una condizione di immobilità, senza prospettiva di sviluppo;

–        ECON. Non presentare segnali o tendenze di sviluppo, incremento o innovazione; essere sottratto alla circolazione del mercato; giacere invenduto; mantenere invariato, senza incremento;

–        Consolare, confortare qualcuno; sedare l’irrequietezza;

–        Contraddire.

Mentre, per stagno (it. antico staino):

–        Raccolta di acqua stagnante dolce o salmastra, per lo più estesa e poco profonda, il cui fondo si presenta spesso melmoso e ricoperto di vegetazione palustre; trae origine da precipitazioni, invasione di acque marine, dall’impaludamento di fiumi in anse o dall’emergere di una falda acquifera in aree depresse di terreni alluvionali, oppure può costituire la fase di estinzione e prosciugamento di un lago o essere formata da cavi artificiali;

–        Per estensione: mare chiuso;

–        In ambito letterario, metaforicamente inteso come cielo sereno, immobile;

–        FIG. Inerzia, indifferenza, apatia morale o intellettuale; monotonia delle abitudini di vita;

–        Ambiente o attività angustamente immobilistica, incapace di sviluppi originali o impulsi vitali;

–        Tranquillità interiore;

–        Profusione, abbondanza di sentimento;

–        LOCUZIONE: fare stagno, formare paludi o acquitrini, rallentando o fermando il proprio corso;

Infine, per stancare:

–                    Logorare fisicamente, affaticare, fiaccare, sottoporre a sforzo gravoso;

–                    Mettere duramente alla prova una persona, il suo impegno, la sua costanza, le sue capacità, le sue facoltà mentali, farne venir meno la pazienza o la resistenza;

–                    Consultare ripetutamente un testo, sfruttare fino in fondo le possibilità espressive offerte da un argomento;

–                    Annoiare, infastidire;

–                    Sfruttare eccessivamente un terreno impoverendolo di sostanze nutritive;

–                    Protrarre indefinitamente una trattativa, rallentarla con pretesti;

–                    in senso riflessivo, perdere energie fisiche e mentali, affaticarsi; impegnarsi strenuamente per il conseguimento di un obiettivo;

–                    Desistere da un’impresa, iniziativa o azione, esserne stufo;

–                    Venir meno, esaurirsi;

–                    Essere manchevole, venire meno ai propri fini;

–                    Diminuire progressivamente di intensità fino a cessare.

Ma stancare è anche – in italiano antico – stagnare un’imbarcazione.

Dal Dizionario etimologico italiano Cortellazzo – Zolli:

Stagno: piccola distesa d’acqua poco profonda sulla quale affiorano piante palustri (estagno, sec XIII, compasso da navigare). Derivati: stagnante, participio presente e aggettivo, ‘che stagna, si ferma’; stagnare, verbo transitivo, ‘far cessare il flusso di un liquido’, intransitivo ‘cessar di fluire’, ‘fermarsi, formando uno stagno, detto di acqua’, ‘ridursi notevolmente d’intensità, detto specialmente di attività economica’ – dal lat. STAGNU(M), di origine incerta, col derivato STAGNARE ‘ristagnare, impaludarsi; far rimaner fermo, stagnante’.

Stanco: aggettivo. Derivati: stanca ‘fase della piena di un fiume in cui le acque cessano di crescere’; stancabile ‘che si stanca facilmente’; stancare ‘rendere stanco, fisicamente o psichicamente; far venir meno l’impegno; annoiare, tediare, infastidire’; stanchezza ‘condizione di stanco’ – Per l’etimo si pensa a una sovrapposizione di stanco a manco, ma è ipotesi che lascia perplessi. Si ha uno studio di G. Alessio in proposito (riportato anche nel dizionario etimologico Battisti-Alessio): “stanco premette un latino volgare *stancus, panromanzo, che non può esser inteso come vecchio francesismo (estanc) per via del rumeno sting. L’etimologia di *stancus è molto incerta; potrebbe darsi che sia un incrocio di stracco con manco (detto del braccio e della mano sinistra perché il sinistro è più debole del destro). La supposizione che stanco sia un aggettivo verbale di stancare e questo da *exstagnicare, intorpidirsi, è precaria”.

Dal Breve diccionario etimologico de la lengua castellana di Corominas:

Estañ deriva dal lat. stagnum, con ulteriore derivato estañar.

Estancar: voce della fine del sec. XIII, parte di un’ampia famiglia di vocaboli diffusa in tutti i paesi romanzi, che comprende portoghese, catalano e occitanico estancar (frenare il corso di una corrente d’acqua); francese etancher; italiano stancare; e inoltre, senza il prefisso es-, il verbo primitivo  è rappresentato dal catalano tancar (chiudere), voce del sec. XII con altri esiti nell’occitanico tancar, nel sardo tancare e nel castigliano atancar (attestato nel 1595), con gli stessi significati. L’etimologia di questo gruppo di parole, la cui idea centrale pare essere quella di “chiudere, fermare”, è incerta, probabilmente preromana, da una radice indoeuropea *TANKO, “individuare, fissare”.

Melania Gatti

grat – scheda del termine

GRAT – SCHEDA DEL TERMINE

Qu’eras sai ieu sui lieis que mos cors e mos sens

me faran far, lur grat, rica conquesta (Eusebi)

perché ora so che il mio cuore e il mio senno, mi faranno fare, a lor grado, splendida conquista.

C’aras sai ieu que mos cors e mos sens

Mi farant far, lor grat, rica conquesta (Lavaud)

C’ar à present je sais que mon coeur et mon esprit me feront faire, en suivant leur bon plaisir, una riche conqe^te.

nota. LOR GRAT: aucun Lex ne note cette locution. Cfr ab grat de, ab mon grat, estra mon grat, per mon (son) grat. Je ne puis adopter la traduction de Canello: “me feront faire d’accord une riche c.”

C’aras sai ieu que mos cors e mos sens

mi farant far, lor grat, rica conquesta (M. de Riquer)

Ya que ahora sé que mi corazòn y mi juicio me haràn hacer, a gusto de ellos, una rica conquesta.

È interessante analizzare il termine grat, contestualizzandolo da una parte nell’ambito trobadorico e studiando dall’altra il significato che ha assunto nell’italiano antico e in quello contemporaneo.

Il Supplemento al Levy  riporta le seguenti spiegazioni del termine:

grat (R. III, 501 1) “Gefallen, Beliben” (aggradare)

Oimais poirez auzir,

si eus es graz mi talens,

los noms e las razos (Tezaur 617)

Text Z. 1 cui es, vgl. Aber Bartsch, Jahrbuch 4, 235

1. ab g. de, “mit einwillgung von”

Arnaut tramet so cantar d’ongl’e d’oncle

Ab grat de lieys que de sa verj’a l’arma,

Son dezirat (Appel Chr2 26, 38)

2. ab mon g. “nach meinen Gefallen Willen”

Jaufre respon: Domna, per Crist,

Bel voria trobar enans,

Car aquest termes m’es us ans;

Tant ai de lui gran voontatat

C’ades i seria ab mon grat (Jaufre 107a,11)

3. de g., de bon g. “willig, gern” Enves totz cels c’ab vos an acordanssa e que us servon de grat e volontier, Vos non tenetz sagramen ni fianssa (Tenzone Albert de Mallasp.-R. De Vaq.)

Ieu, senher, guerrai, si Dieu platz,

E pueis farai vos de bon grat Tota la vostra volontat (Raimon Vidal) –

Weitere belege im Glossar

Elh sonet son dous e bas,

coind’e leugier e cortes,

per que de grat son apres. – Bartsch Chr.151, 25 (R. de Mir)

Et hom pessaria que fos

Us homs misericordios

Que perdonaria de grat

A tot peccador son peccat (Brev. D’am. 13177)

4. de g., de bon g. “aus freiem Antriebe, von selbst”

Que soi vengutz en cort de grat e non forsatz (Izarn 576)

La donna na Helitz… de grat e de bona voluntat e no per forssa ni per paor ni per suggestio d’alcuna persona… autorguec…que… (cart Alaman S. 74 vl. Z)

Vengro a la porta ferrencia.. que fo uberta ad els de grat (= lat ultro) (Apost. Gesch)

Ela del tost anar no fina

Vas la cambra del cavayer

C’amors desrenhi’ a sobrer

Ella lo pren, vas si lo tira…

Pueys l’a dig: Bels amicx cortes,

Ara us don aisi de bon grat

So c’avetz tostemps dezirat,

C’ amors o vol e m’o acorda. (Raimon Vidal)

5. de g. “umsonst” de grat o receubetz e de grat o donatz (lat. Gratis)

Eu darei al sedejant de la font de l’aiga de vida d egrat (=lat gratis)

6. de g., “onhe Ursache, onhe Grund”

Quar en azirament agro mi de grat (lat gratis) (Clédat)

Mes asso es per que la palaura de lor ley sie complide, or ditz: Encorrotexin me de grat. (Hidt sainte bèarn II, 86, Z. 9)

7. en grat, “nuch Wunsch”

De nulla ren mais non consira

Mais com pogues

Entre l despolhar e l vestir,

Ja mai mals no m pogr’avenir,

quar vostredig e vostre plag

M’an sabor de roza de mag (Piere Vidal)

8. en grat “umsonst”

9. estra mon g., oltra mon g. “gegen mein Gefallen, meinen Willen”

Qu’estra mon grat cuit acabar

E quier so que no vuelh trobar . (G. de Born)

Si m vol de Brunissen garar

Que de ren no m puesca forsar

Ni ritener oltra mon grat (Jaufre)

10.per mon g.

aisso tenc eu per gran error,

e per mon grat no seria (Lanf. Cigala)

Senher, mais guerriera

No us serai per mon grat (G. Riq.)

Que domna no deu esgardar

So que es laig per remirar..

Ni deu auzir per son grat re

Que no l’esteja gen e be (Sordel)

11.aver g. “dank ernten (raccogliere grazie) Beifall finden (trovare approvazione):

Chanssons, a na Maria Vai dir qu’eu chantaria,

Si m sabia aver grat. (Berng. De Palazol)

Quar fan

Vida tal que ja non auran

Grat de Deu ni del segle onor (Sordel)

Gen saup presentar e proferre, De tot quant fes saup aver grat (Flamenca) – glossar, “avoire gré, s’aittirerla reconaissance”

12.aver bon g. “wolgefalling sein” (essere di buon grado)

Que ja lunhs temps retraire

Non l’auzirai mos talans,

tant es nobla e plazens,

don non es a dire

Beutatz, honors ni joven,

Et a bon grat a dous rire

Ab faitz, ab ditz avinens (G. Riq.)

13.cazer en g. “angenehn sein, gefallen”

14.prendre de g. “freundlich aufnehmen” (accogliere benevolo?)

S’ab lor voletz parlar

Trazetz lo capayro

Qu’estiers vostra razo

No prendran ja de grat

que us auran per fat (Deux Mss. VI,171)

15.retener g.

Per c’om degra lialmen viure,aman deu, retenet del mon grat, gen regnam (Sordel)

Tan sap valer Que de totz sap retener Grat que vezon son cors gai (Paul de Mars.)

Quar selh es mortz que sabia renhar Retenet grat de Dieu e de la gen Si qu’anc ves pretz nulh temps no fes falhensa (ibid 6,20)

Ja no vuelh do ni esmeda Ni grat retener Dels ricx ab lur fals saber…, E no vuelh sia grazitz Mos sirventes entre ls flacx nualhos (Bern. De Rovenac)

16.sentir grat

Domna, per vos estauc en greu turmen / Senher, que fols faitz, qu’eu grat no us en sen (Aim. De Peg)

Qi l dones un contat, grat no li n sentiria (Sordel)

17.venir de g., venir en g. “gefallen” (piacere)

Mais am lo talan el dezir

Sofrir el greu mal

C’ai de vos, dona, en vertat,

Que so d’autras c’a drutz ven mays de grat (Bert. Carbonel)

Far devez tota via

De parlar carestia

Que mielz venont de grat

Diche que son apensat…

– E m sojorn en fin’amistat

De leis qui plus mi ven en grat (Piere Vidal).

Il concetto di essere grato, di gratitudine, è qualcosa di strettamente collegato ad un altro concetto, tipico di tutta la poetica romanza, che è il piacere, in particolare il momento di ricevere piacere, fisico o spirituale che sia. Ma a questo proposito, per comprendere al meglio il senso che Arnaut vuole dare a “grat”, è necessario soffermarsi un attimo su questo campo semantico nella lingua latina.

Grate: volentieri, con piacere (Cic: Orazio grate accepta) con riconoscenza (Cic: praeterita grate meminisse, ricordare con animo grato il passato).

Gratia: grazia, piacevolezza, compiacenza, favore, perdono, ringraziamento, gratitudine, ricompensa grazia, favore, rapp di amicizia, buona armina, autorità, potere, influenza.

Gratificor: far piacere, servizio (a uno), compiacere, essere condisciente (gratificatur mihi gestu, “con un gesto mi mostra la sua condiscendenza) sacrificare, prodigare in ricompensa (potentiae paucorum decus gratificari, “sacrificare l’onore alla potenza di pochi”, Sall.) —> gratiosus, a, um che gode favore, gradito, ben accetto, influente (apud aliquem gratiosus, Cic) 

Gratiosi, -orum =persone influenti (Cic, Val Max) disposto ad usare compiacenza,compiacente, cortese ottenuto per grazia, per favore grator, aris, atus sum, ari congratularsi, rallegrarsi (alicui gratari, Verg.; mihi grator, Ov.)

—> Gratuitis, a, um gratuito, disinteressato, sponataneo, senza ricompensa, non pagato non motivato, inutile, senza vantaggio GRATUS, A, UM: in senso ogg grato, grazioso, gradito, accetto, caro, piacevole, ben venuto, ricevuto con riconoscenza – grata loca (campi ameni, Ov.)

– Gratior… pulcro vienens in corpore virtus (il valore che è più attraente in una bella persona, Verg) ecc… in senso soggettivo: grato, riconoscente – gratus alicui (Quint), in o erga (Cic.) o adversus (Sen.) aliquem, grato verso uno; – male gratus, ingrato, Ov.;

– Grato animo, con riconoscenza

– Gratissima memoria, il ricordo riconoscentissimo, Cic.

– Grata manu, con mano riconoscente (Hor.).

L’insistenza sul tema del piacere e della piacevolezza con le sue sfaccettature positive (basti pensare al “valore” sopra citato) e negative (male gratus) dimostrano che alla base del termine c’è un concetto più ampio: qualcosa è gradita (o si è grati di qualcosa) quando questa ci viene donata dopo averla attesa, desiderata; o anche può risultarci gradita perché particolarmente dilettevole, gioiosa, graziosa.

Analizzando il termine sotto questo punto di vista, si può facilmente individuare la sua vicinanza con il vocabolo greco caris. Come risulta dai Vocabolari Etimologi, il verbo gradire deriva dall’antico grazire (prov grazir), che significa ringraziare, mettere in grazia,concedere in grazia, pregio, mediante un supposto verbo gratìre; e allo stesso modo il sostantivo grado (sp. e port. grado, prov. gratz, fr. gré) va letto nel senso di gratitudine, piacere, come nelle frasi “saper grado”, “sentir grado”, “andare a grado”, “di buon grado”, trae dal latino gràtum ciò che è grato. Ma questo termine, grado, si è perso nell’italiano attuale, con l’eccezione di alcune espressioni (citate sopra).

Il suo significato tuttavia, sopravvive ancora in grato, dal lat. gratus, parallelo a: il gr. CHAR-TÒS, piacevole, giocondo, dalla radice GHAR=HAR, che appare nel sscr. Haryami, amo, desidero, mi diletto, haryata caro e ond’anche l’umbr her, volere, il gr. Chairo mi rallegro, gioisco; chàris, charitòs, tutto ciò che eccita goia, piacere, grazia, beneficio, ricompensa, gratitudine; char-ìeis, char- ìsios grazioso; char-ìzestai far piacere; char-ìsma dono, regalo; char-ma, letizia; il got. Gair, passione, gair-na bramoso, desideroso, l’ant alto ted gergiri cupido, geri^ avidità, ge-ron (mod be-gher-en) bramare, gerno (mod gern) volentieri, il lit. gerè-tis dilettarsi, slav zel-ati (rad zel= ghelm, gher) bramare.

Letteralmente quindi, grato equivale a “piacevole, caro, accetto all’animo, che riconosce i benefizi e ne è ricordevole”. E’ poi curioso notare che alcuni derivati del nostro grado (gratificare, gratuito, gratulare –> congratulare, grazia) appartengono al medesimo campo semantico dei termini greci carità ed eucarestia. È proprio questo il punto più interessante, poiché, ciò che piace, che fa stare bene, è cosa gradita:

Χαρτός, -ή, -όν [χαίρω]

che dà gioia, dilettevole, piacevole, gradito

pl. sost. Χαρτά= gioie

avv. Χαρτώς= piacevolemente

χαίρω

1.gioire, essere felice, contento

con dativo di cosa= gioire, essere contento di qualcosa

con dativo di persona= compiacersi di qcn con pt pred dell’acc;

con accusativo dell’oggetto interno;

con aggettivo;

con preposizione; seguito da congiunzione= mostrare favore

2.restare impunito;

3.come forma di saluto: salve, buongiorno, benvenuto; per rispondere al saluto per prendere congedo salve, addio dare l’addio a qualcosa, lasciar perdere, rinunciare per esprimere non saluto ma conforto

4.felice, contento, pieno di gioia unito a un altro vervo, con negativo, impunito, impunemente in espressioni di saluto con valore desiderativo; sostantivo to kairon= gioia

5.χαρίεσις grazioso, bello, di cose gradito (dono, ricompensa). Di persona  fine,elegante, raffinato; Di cose bello,grazioso, elegante

avv. Χαριέντος con grazia o eleganza, bene; gentilmente; con buone intenzioni

χαρίζω dire o fare cosa gradita, ingraziarsi, compiacere rendersi gradito, accondiscendere compiacere, indulgere, cedere donare, concedere, offrire (in senso erot concedersi) con accusativo di persona donare, graziare; in senso negativo consegnare, poster perdonare, condonare con genitivo partitivo donare in abbondanza essere gradito o caro, piacere gradito, ben accetto di cosa, essere donato, ricevere come favore

χάρις  grazia, quindi

1. in senso oggettivo grazia, bellezza, di persona gloria, successo

2. rispetto, onore favore, beneficio lusinga, favore (in senso erot) crist. Grazia, spesso in NT (scritti paolini)

3. gratitudine, riconoscenza

4. acc χάριν come preposizione per, riguardo a.

 Tenendo presente la derivazione di grat, è ora più semplice leggere il senso in cui Arnaut utilizza il termine (reso, a mio parere molto bene da Lavaud, che usa “bon plaisir” e Riquer, “a gustos de ellos”) ma risulta anche più comprensibile l’uso che ne viene fatto nel medioevo, come si può leggere dal Du Cange.

Gratum, gratus cautio de re quadam facienda Edictum S.Ludovivi Regis Fr. Ann. 1235:

Postquam Dominus per annum terram tenuerit, recipiet homagium ab herede, tali modo quod eres de pretiis vivariorum, garennarum, nemorum, et servitiorum, debet Domino prius facere Gratum suum, vel competentem securitatem ei dare, quam infra 80 dies facere debebit. Charta Communiae Rotomag. Aqud de Lauriere: Et si (debitor) inventus fuerit in civitate Rothomag. Vel. Castro Fales, antequam Gratum suum fecerit, tamdiu tenebitur in carcere Communiae, donec redimatur de centum soldis… tum jurabit se non reversurum in dictam civitatem, vel dictum Castellum, donec fecerit Gratum Majoris et creditoris. (Vide Creantare). Vel Potius, Voluntas, placitum, ital. Grato, gall. Gré: unde gratum facere est debitum solvere, satisficere officio, velid quod aliqcui gratumest, exsequi, nostris Faire gré. Charta Phil. Aug. Ann.1207: Nos dedimus in alio loco praedicto Balduino excambium illius terrae ad Gratum suum.

1.Gratus (vide gradus)

2.Gratus, Crates. Vide grates ( =Super dictas scalas ponantur gratices, vulgari seromoni dicuntur Grati, super quas transeunt pedites). —> GRATUS, GRATUM idem quod creantum et crantum:unde nata vox nostra gré, pro assensu, voluntate, quod qui creantat, seu cavet alicui, ultro fidem praestat. – capitula caroli Calvi tit 24: Ipse autem de suo Gradu respondit, quod in illus scriptum non intraret. Ubi Sirmondus, forte de suo Grato, sua sponte, ultro. At Itali grado, pro grato, eadem notione dicunt. -Vetus charta apud Besilium pag 382: Tu quis meus es, quomodo teneas hoc ego non dedi tibi extra meo Gratu? Ratherius Veronensis de Qualitat. Conjectura: Sufficeret ei quod ipse dederat castrum, et ille remandasset ei, quod sic vellet eum tenere pro suo Gratu, sicut pro fellone. […]

—> MALO- GRATO, Gallicum Malgré, Maugré, Invitus, nolens. – Matth. Paris ann. 1245: Libertatem Ecclesiae, quam ipse numquam auxit, sed magnifici antecessoresejus Malo-grato suo stabilierunt. Id est Gallice Malgrè, lui. Idem sub ann. 1252 Malo-Grato Dei, id est Malgré Dieu, invito Deo. Le Roma de Rou MS: Guert out si le Conseil troublé, Que puis n’i out l’homme escouté Qui de faire pais ait parlé, Qui des plus riches n’ait Malgré.

Se dunque il grado (buon grado o mal grado che sia) è la reazione ad una grazia -in senso lato- a qualcosa cioè di bello, piacevole, allora si comprendono più facilmente i significati dei termini che appartengono a questo campo semantico.

Gradire

1.Accettare con intima soddisfazione, con gratitudine, con amabile condiscenza (un omaggio, un dono, un augurio, un invito). – in particolare, accettare l’invito a mangiare o bere (cfr Panciatichi, 131; Manzoni, Pr. Sp. 4; Cicognani, 9-72) – Tommaseo.. ma anche

2.Accogliere qualcuno con segni di stima, di benevolenza, di simpatia; riceverlo con piacere e con i dovuti onori (cfr Guittone, Petrarca, Sacchetti, ecc)

3.Tenere nella giusta considerazione, apprezzare, approvare, aver caro (un atto, un comportamento, un sentimento); compiacersene; godere, gustare, prendere diletto

4.Ascoltare con animo benigno (uno sfogo, una confidenza, un lamento); esaudire (una preghiera); accettare (un consiglio) – Dante, Inf 16-42; – Appagare un desiderio, un’aspirazione (cfr Cino, IV-293e Leopardi, III-1053)

5.Desiderare, vagheggiare; volere, esigere. Con riferimento a cose inanimate (Tommaseo: Una pianta gradisce tale o tale terreno,il terreno la pianta)

6.Ant. e letter. Allietare, rallegrare, dilettare qualcuno, renderlo contento e soddisfatto; appagare, favorire – anche assol. (Petrarca 178-3) – Cattivarsi di qualcuno, renderselo propizio, ottenere i favori

7.Ricompensare, rimunerare, premiare, riconoscere il merito, dimostrare riconoscenza, ringraziare.

8.Concedere graziosamente, procurare, elargire

9.Intr. Rendersi o riuscire grato a qualcuno; cercare di piacergli, di farlo contento. – Anche: compiacere, assecondare, favorire -di animali – accondiscendere, conformarsi

10. Riuscire gradito, piacevole, amabile, caro, conforme alle necessità e alle attese; andare a genio

11. Ant. Provare gioia, rallegrarsi, compiacersi. – anche con la particella pronominale

12. Sostant. Piacere, gioia, soddisfazione.- anche: gradimento (cfr Chiaro Davanzati III-28)

13. Locuz. – A gradire: con grande soddisfazione, con pieno gradimento – Essere da gradire – Farsi gradire – Gradire di più (preferire) – Non gradire, gradire poco

Gradito

1.Venerato, onorato; come appellativo di rispetto o tenerezza; accolto con segni di benevolenza e di stima

2.che è fonte di intimo godimento e di viva compiacenza, che riempe di gioia l’animo (un sentimento che per le sue virtù, i suoi atti, il suo contegno, merita e ottiene simpatia e stima; degno di alta considerazione, caro, diletto, amato – anche amabile, cortese, premuroso, gentile (cfr Dante, Purg., un pensiero)

3.atto a procurare diletto ai sensi, gioia e sollievo allo spirito; destinato ad appagare il gusto, i desideri e le speranze; altamente apprezzato per ciò che rappresenta o ricorda, per i sacrifici che costa; delizioso, attraente che trascorre in una piacevole atmosfera di benessere materiale e spirituale, di serenità, di amabile spensieratezza

4.accogliente, confortevole, invitante, tranquillo (una dimora); dilettevole per l’aspetto ridente, ameno, pittoresco (un luogo)

5.dilettevole alla vista,leggiadro piacevole (una persona) – dilettevole al gusto – dilettevole all’udito -dilettevole all’odorato -caro, congeniale, inseparabile

6. Ant. Valente, abile, esperto – anche con metonimia

7.Locuz. Rendere o tenere qualcosa gradito (Battaglia).

Luisa Guida

Scheda del termine VESTA

VESTA

(Fulvio De Santis)

 

Ai versi 15 e 16 della II cobla di Si.m fos Amors (edizione Eusebi) si legge

tan li serai sers e obediens

tro de s’amor, si.l platz, baizan me vesta.

[…sarò suo servitore obbediente finchè, se a lei piace, m’investa del suo amore baciandomi. (traduzione Eusebi)].

 

Dall’apparato critico della stessa edizione Eusebi si evince che la variante me vesta, tradotta con il verbo m’investa, risulta decisamente minoritaria rispetto a menuesta, riportata dai manoscritti A, B, I, K, N2, S, Uc.

 

Il termine vesta proviene dal latino VESTIO, IS, IVI (II), ITUM, VESTIRE, verbo denominale da VESTIS, IS. I campi semantici principali, in latino, fanno capo ai concetti di vestire, rivestire, ricoprire e ornare. Interessante, in particolare, quest’ultima accezione, riferita all’oratoria: vestire atque ornare oratione [rivestire degli ornamenti dello stile] (dal vocabolario Castiglioni-Mariotti).

 

I lemmi derivati presentano in provenzale una semantica piuttosto articolata, che fa riferimento a due sfere prioritarie e naturalmente collegate:

a)      ambito della vestizione (in senso concreto, riferito all’abbigliarsi);

b)      ambito dell’investitura.

 

Raynouard – Lexique Roman

 

I principali lemmi e ambiti semantici proposti da questo lessico sono i seguenti.

 

1.      Vestir/investir: dal latino VESTIR(E), con apocope della E finale.

In particolare, vestir: habiller; investir: donner l’investitur.

2.      Vestimen/vestiment: dal latino VESTIMENT(UM), da cui anche il lemma italiano vestimento.

3.      Vestitura:  Sia nel senso di veste (vetement, in fr.) che di investitura. Gli corrisponde il termine italiano vestitura. Analoga doppia semantica per vestizo/vestizon.

4.      Envestir: dal verbo latino INVESTIR(E). Corrisponde al verbo italiano investire. Il Raynouard riporta come esempio per questo verbo i versi di Si.m fos Amors, , accogliendo la lezione maggioritaria dei manoscritti (menuesta):

tan li serai sers et obedienz

tro de l’amor, s’ill platz, baizan, m’envesta

[trad.: tant je lui serai serf fidèle et obéissant jusqu’a

ce que de l’amour, s’il lui plait, en baisant elle m’envestisse].

 

 

Domino DU CANGE  – Glossarium mediae et infimae latinitatis

 

Vestir: con la doppia accezione di donare l’investitura/mettere in possesso, e quella di ornare, decorare.

Il verbo latino VESTIRE viene definito come “possessionem conferre rei alicuius.”

Vestison: investitura.

Vesture:dare  l’investitura

 

 

Gli ambiti semantici enucleati da Raynouard e DU CANGE si ritrovano anche in italiano. Nel dizionario di S. Battaglia si riscontrano tuttavia alcune accezioni non registrate nel Lexique Roman. Si nota in particolare un arricchimento semantico in senso trascendente/spirituale

 

S. Battaglia – Grande dizionario della lingua italiana

 

  1. Coprire una persona con abiti, abbigliare.
  2. Fornire di abito, anche nel senso di abito idoneo.
  3. Prendere (o far prendere) l’abito sacerdotale.
  4. Indossare armi; raggiungere l’età per combattere; armarsi di difese spirituali.
  5. Assumere abito intellettuale/forma mentale; meritare un titolo; investire di un dono spirituale.

Esempi: Dante, Par. XV, 54: “…mercè di colei / ch’a l’alto volo ti vestì le piume”. Bibbia volgare: “Vestirò li suoi sacerdoti di salute”.

  1. Dare corpo a un essere umano con la procreazione o con un intervento miracoloso. Anche con riferimento all’incarnazione di Cristo per opera dello Spirito Santo.

Esempio: Dante, Inf. 33, 62: “…Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi: tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia”. Il verbo vestire, qui e altrove nella Commedia, è usato metaforicamente per indicare il corpo, inteso appunto appunto come veste. Si veda ad esempio anche Inf. XIII, 103: “Come l’altre verrem per nostre spoglie, / ma non però qualcuna sen rivesta, / ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie” (riferito ai suicidi).

  1. Investire di autorità.
  2. Ricoprire, rinforzare.
  3. Ornare.
  4. Pervadere un luogo (di luce/oscurità).
  5. Ammantare/arricchire una realtà, per farla apparire migliore.

 

I termini vestitura e vestizione presentano una articolazione semantica coerente con quella del verbo. Si notino, in particolare per vestizione, nome d’azione da vestire, latino tardo vestitio, onis, le seguenti accezioni:

1. Cerimonia liturgica solenne in cui si indossa per la prima volta l’abito religioso o quello di carica ecclesiastica superiore.

2. Cerimonia di investitura cavalleresca.

 

Per quanto riguarda l’attributo vestito, sono interessanti le accezioni:

1. pervaso, illuminato. Si veda ad esempio Dante, Inf., I, 17: “…e vidi le sue spalle / vestite già de’ raggi del pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle”. Chiavacci-Leonardi segnala in questi versi la  ripresa di una metafora virgiliana, da Aen. VI, 640: “Qui il cielo più ampio riveste (vestir) i campi di luce / purpurea”. La luce è qui una risposta allo sguardo che si è levato verso l’alto, e quindi un segno che le cose volgeranno al meglio.

2. rivestito in senso letterario, musicato.

 

Schede dei termini PLOMBA e PLOM

 

«Si’m fos Amors de joi donar tan larga

cum ieu sui lieis d’aver ferm cor e franc,

ja de mos jorns no’m calgra far embarc,

qu’ieu am tan aut qu’espers me pueg e’m plomba (…)»

 

Nella I cobla di Si’m fos Amors, al quarto verso, troviamo la terza persona del verbo “plombare”, plomba, tradotto da Eusebi rinsalda, per specificare propriamente come la speranza di Arnaut per il suo amare “tan aut”, oltre a sollevarlo, innalzarlo, e quindi avvicinarlo maggiormente alla donna amata, lo rinforzi e lo saldi, per renderlo così meno fragile.

Plombare deriva dal latino plumbare: “impiombare, saldare con il piombo”.

La definizione che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia da di piombare, (oltre a quelle più comunemente usate soprattutto in un linguaggio non poetico di: “cadere dall’alto verticalmente a perpendicolo, con violenza, pesantemente e per lo più all’improvviso per effetto di circostanze naturali o in conseguenza di un atto volontario; abbattersi; schiantarsi”), è:

“ricoprire con uno strato protettivo di piombo; impiombare”.

Anche la definizione di Tommaseo è simile a quella di Battaglia:

“applicare uno strato di piombo, come preservativo, sul ferro od altro che facilmente si guasti all’aria”.

Se si cerca plombar sul Dictionnaire de la langue des trubadours di Raynourd, il significato è proprio plomber, garnir de plomb, cioè “piombare o guarnire di piombo”.

Riporto gli esempi:

«Elh daurara so que mantha gens plomba » da Guillame de Durfort: Quar say.

“Il dorera ce que mainte gent plombe”.

In senso figurato:

«En oc e No conois qu’un datz mi plomba»  da Bertrand de Born: Non estarai.

“Je connais que le seigneur Oui et Non me plombe un dé”

Per estensione la definizione è: “tuffarsi, afferrare, gettare il piombo”.

« Quo’l pescaire que plomba

en la mar, e pren ab l’esca

lo peisson que santa»  da E. Cairels : Era non vey.

“Comme le pêcheur qui jette plombe en la mer, et prend avec l’appât le poisson qui saute”.

Dal Dictionnaire di G. Godefroy:

Plomber, v. a. : garnir de plomb; vernisser avec du plomb ou une substance qui en tient lieu; revêtir de plomb en feuille; Fig. et par extens: rendre de la couleur du plomb ; ternir ; comme on dit aujourd’hui fieffé.

 

«E si be’m fas lonc esper no m’embarga

qu’en tan ric loc me sui mes e m’estanc

don si belh dig mi tenon de joi larc;

e segrai tan qu’om me port a la tomba,

qu’ieu no sui ges selh que lais aur per plom (…)»

 

Nella II cobla della stessa canzone troviamo al quinto verso, invece, il sostantivo plom, situato in contrapposizione ad aur, l’oro, preziosissimo metallo.

Arnaut di certo non «lais aur per plom», proprio perché una cosa di valore non verrebbe mai sostituita con qualcosa di inferiore.

Plom deriva dal latino plumbum: “piombo, palla di piombo, tubo, conduttura di piombo”.

In senso figurato si intende “grave, pesante, ottuso, insensibile, stupido, di cattiva qualità (senza valore)”.

Il piombo è un elemento chimico, un metallo tenero, pesante, malleabile e facile da lavorare. Può anche esprimere a volte idee di lentezza e pesantezza (anche in senso figurato).

Nel Grande dizionario di Battaglia la definizione che viene data di piombo (che spiega il senso che ne vuole dare Arnaut nella sua poesia) è:

“In contrapposizione a oro, per indicare persona o cosa di scarso valore, di cattiva qualità, oppure materia o argomentazione che non si presta a un’elaborazione letteraria, artistica o, anche, persona disonesta”.

Ad esempio Francesco da Barberino, nella sua opera Documenti d’amore, al verso 237, scrive: «Mangia pan d’oro e lor (ai parenti) dà piombo a bere»;  cfr. Bembo, 9-2-158: «Potete meglio spendere oro che non posso io piombo o più vile cosa».

Nel Dictionnaire di Raynourd plom = piombo.

« Ilh son pus pezan que plom » da Pierre de la Mula : De joglar

“Ils sont plus pesants que plomb”.

« Ai lo plom e l’estanh recrezut,

    e per fin aur mon argent cambiat»  da G. Adhemar: Non pot esser

“J’ai le plomb et l’étain dédaigné, et pour fin or mon argent changé”.

In senso locativo:

«Tot o mena a plom et a livell eta drecha linha»  da V. et Vert, fol.59.

“Il le mène tout à plomb et à niveau et à droite ligne”

In senso figurato:

« Non avia cor de plom,

     Sec e malvat, mas fiebo»  da R. Vidal de Bezaudun: En aquel.

“N’avait point cœur de plomb, sec et méchant, mais fidèle et bon”

Dal Dictionnaire di G. Godefroy:

Plomb, s. m.: métal d’un blanc bleuâtre, mou et pesant; A plomb, loc. adv., perpendiculairement.

 

Dopo aver analizzato i vari significati che si possono attribuire ai due termini plombare e plom, ci si rende conto che essi, pur avendo la stessa radice, vengono utilizzati in questa canzone con accezioni completamente opposte: nella I cobla plomba ha un’accezione positiva, in quanto indica il rafforzamento, nella II cobla l’accezione diventa negativa, definendo il plom essere solamente un metallo scarso, di poco valore.

 

Silvia Cucinotta

SOISEBRE: SCHEDA DEL TERMINE

Si·m fos Amors de joi donar tan larga

cum ieu sui lieis d’aver ferm cor e franc,

ja de mos jorns no·m calgra far embarc

qu’ieu am tan aut qu’espers me pueg e·m plomba; […]

Sulla locuzione (far) embarc – cioè impegnare, dare appunto in pegno – si sofferma una glossa di H, manoscritto che porta la lezione ubarc (o imbarc, secondo l’apparato in Eusebi, 1995):

Aillors ditz · ja per gran joi no·m calgra far embarc · Id est debita ·

So es suiscebre don eu fos embariatz · so es embrigatz per debita

Evidente è l’interesse del glossatore per il termine, di cui nella prima parte viene proposta, con estrema lucidità e intelligenza filologica, un’altra variante attestata, riproducendo il verso alternativo con la locuzione far embarc, come prima si diceva nel senso di “impegnare”, ma ancora più interessante è la concatenazione di termini chiave nella seconda parte della glossa, attraverso la quale appunto il glossatore esplicita il senso del termine e più in generale del verso arnaldiano. Qui, se per embariatz e embrigatz il significato è chiaro – essendo il primo il participio passato di embargar, coi significati di “imbarazzare, impedire, o in senso riflessivo intromettersi, immischiarsi“; il secondo ancora participio di embregar, che indica ancora “mettere in imbarazzo, o, di nuovo in senso riflessivo, immischiarsi, occuparsi, badare” – non è lo stesso per suiscebre, che richiede, al contrario, un accurato lavoro di ricerca e su cui a tutt’oggi il giudizio critico non è unanime, anzi non si è arrivati a ipotizzare un significato definitivo.

Così, in questa forma grafica, di suiscebre non si ha altra attestazione in tutto l’ambito romanzo, ma, sfruttando alcune varianti grafiche (per cui <isc> varia con <iss> o <is> e <u> con <o>, in quanto nel vocalismo romanzo u breve latina diventa o) si risale al provenzale soisebre, (e soissebre, soyssebre, soicebre, soiseubre). Il richiamo al patrimonio linguistico latino è, a questo punto, facilmente individuabile, in quanto la fonte del termine è sicuramente il verbo suscipĕre (suscipio, is, cepi, ceptum, ĕre), con i seguenti significati propri e figurati:

prendere su di sé, sostenere, reggere (da sub-capĕre), sorreggere, raccogliere;

suscipere filium: sollevare tra le braccia un neonato, nel senso di riconoscerlo come proprio, allevare un figlio; ma anche generare, mettere al mondo e al passato venire al mondo, nascere; accogliere, ammettere, fare proprio e, in questo senso, sostenere, difendere (suscepi candidatum, Plin.). Da notare che già nel latino tardo della Chiesa il susceptor (poi suscettore) era il patrono, custode, o meglio il padrino o la madrina in caso di battesimo, come si vedrà poco più avanti;

prendere su di sé qualcosa, incaricarsi di qualcosa, intraprendere, cominciare, come atto volontario;

subire, soffrire, affrontarsi, esporsi a qualcosa, da cui probabilmente, e comunque attraverso il francese, giunge il significato che noi diamo all’aggettivo suscettibile: “I francesi, traslatamente, con forma ellittica, chiamano suscettibile la persona che troppo leggermente riceve su di sé l’impressione di parole ed atti che paiono offendere o voler offendere, e troppo tenacemente la serba” (dal Dizionario Etimologico Cortellazzo-Zolli);

– nei dialoghi replicare, rispondere;

ammettere come vero, concedere, sostenere.

Altrettanto interessanti, derivati dal verbo latino, sono i significati del sostantivo susceptor, oris: intraprenditore, impresario; ricevitore, esattore; ricettatore; difensore.

Tra gli esiti romanzi, forme attestate sono l’antico francese sosceivre, il delfinatese suscheibre e il limosino soissebut (participio passato). Tuttavia, l’ambito più vasto e interessante è quello provenzale, delle cui diverse forme prima riportate si ha attestazione in diversi trovatori e testi letterari, come ci dimostrano gli esempi del Lexique Roman di Raynouard e il relativo Supplement wörtherbuch di Levy:

Tal vers que ma dona entenda

don vuelh ma razo soyssebre […]”, da Elias Cairel, Era no·m vey;

Li conseillet qui el en fezes una en aital guiza qu’el soiseubres de las autras domnas e bellas, de chascuna una beutat […]”, dalla Vida di Bertran de Born;

Per far domna soisebuda

tro vos me siatz renduda […]”, da Bertran de Born, Domna puois;

Se·t ven ira o rancura

o cals qe aventura

so que d’autre auzist

non digas tu fezist;

c’a tot ome n’es lag

qe suiscep l’autru fag […]”, da un volgarizzamento dei Disticha Catonis;

Ben a fag los ostals garnir,

que per re no i posca fallir

Legumis, civada ni cera.

De tot aizo non quis espera

per ren que·il n’avengues soisebre […]”, dal Romanzo di Flamenca.

Lavorando sui significati, torniamo un momento agli etimi latini e confrontiamo i significati prima riportati con le corrispondenti voci del Glossarium mediae et infimae latinitatis di Du Cange:

Suscipere: dicuntur Patrini, qui baptezandum ad fontem deducunt, et baptizandum de fonte excipiunt et inde susceptores appellati… [si dicono padrini coloro che conducono al fonte colui che deve battezzarsi e lo stesso estraggono poi dalla fonte, e proprio da ciò sono chiamati susceptores, coloro che prendono, ricevono];

Susceptores: (in) S. Athanasio – qui annonis et tributis utriusque aerarii recipiendis praeposti sub dispositione Rationalium erant […]; o anche: qui principem iter agentem, aut eius comitatum in aedibus suis suscipiunt vel excipiunt [da S. Attanasio – coloro che erano preposti (come da disposizione) a riscuotere per gli approvvigionamenti e per i tributi dell’erario o per entrambi; oppure: coloro che accompagnano in casa o scortano fuori il principe o il suo seguito in occasione di uno spostamento];

Susceptus: cliens, cui adest Advocatus in iudicio [cliente (o sottoposto), per il quale è presente un avvocato durante il processo];

Suscepti: dicuntur, qui habitu Monachi, vel canonici Regularis, donantur in morte et inter monachos suscipiuntur [si dicono coloro i quali, in occasione della loro morte, secondo l’uso dei monaci o dei canonici regolari, sono affidati e accolti tra i monaci].

Sappiamo ancora dal Wartburg che il verbo suscipĕre trova esito quasi esclusivamente in ambito galloromanzo – specialmente in occitanico, come si è visto poco sopra, mantenendo il significato latino, alternativamente con lo slittamento operato dalla cristianità: seguiamo ora per l’antico francese la trasformazione del significato, sulla base del Dictionnaire de l’ancienne langue française di Godefroy , per cui l’esito sosceivre equivale a “relever, porter en haut, quindi “sollevare moralmente”, quasi specializzando il significato più vicino alle celebrazioni battesimali in senso più generale di sollevare da dolore o afflizione. A seguire il Godefroy riporta come esempio un verso dal volgarizzamento del Te Deum: “Tu a deliver a sosceivre le home ne enherdis de la Virgene le ventre“, corrispondente al latino “Tu, ad liberandum suscepturus hominem,/non horruisti Virginis uterum” [Tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo]. Altrettanto interessanti i significati prodotti dagli esiti dei derivati del verbo. Infatti susceptio produce in medio francese e francese moderno susception, coi significati di “heritage (questo piuttosto interessante anche dal punto di vista economico), action de prendre les ordres sacres, action de recevoir en soi“. Ancora susceptor dà come esito in francese sia antico che moderno suscepteur, cioè “celui qui protège quelqu’un, qui a soin de quelqu’un” oppure (per il francese moderno) “officier qui etait chargé pas les decemvirs de recueillir les impôts” o ancora “celui qui reçoit les ordres sacres“.

L’excursus appena tracciato attraverso significati e forme dell’etimo latino classico e cristiano e degli esiti romanzi ci porta dunque a riflettere sul significato del verbo e più in generale della glossa da cui siamo partiti, ricollegando il tutto al contesto arnaldiano più verosimile. Un dato che emerge costantemente nelle precedenti pagine è la compenetrazione del piano religioso ed economico, intreccio non certo casuale specie nel caso del trovatore perigordino, che l’acutezza del glossatore ha colto in pieno: nonostante i problemi interpretativi, diversi editori e commentatori convengono su questo punto. Infatti, per Martìn de Riquer (in Los Trovadores) embarcestà en el sentido mercantil, como entiende la glosa del manuscrito“, seguendo le traduzioni di Lavaud (“je n’aurais beison… de souscrire aucune obligation“) e Toja (“contrarre debito alcuno“). D’altra parte sappiamo che l’intera produzione medievale si basa sulla convivenza dei valori socio-economici del tempo, con i valori cristiani, trasmessi in primo luogo dai testi sacri. Soffermiamoci allora un momento sui punti di connessione di questi due ambiti, già a partire dalle stesse esperienze vissute dai trovatori.

Arnaut Daniel fu confuso dai dadi e dal tavoliere, ed ebbe dunque molto probabilmente a che fare con il mondo dei prestiti e dell’usura, come rileviamo appunto dal sirventese giovanile e dai termini “tecnici”, “del mestiere” sfruttati in gran parte della sua produzione, come filone tematico e compositivo fondamentale, legato naturalmente all’amore, ma non fu l’unico. Si sa molto al riguardo nei confronti di Uc de Sant Circ, che fu processato come eretico ed usuraio.

Le due accuse non sono analizzabili separatamente, ma sono tra loro combinate, in quanto, come nota giustamente Saverio Guida in Religione e letterature romanze, una delle facce più larghe e conturbanti, una delle piaghe più verminose del prisma ereticale della società medievale, era proprio l’usura, contro la quale si scaglia l’intera tradizione biblica, Vecchio (cfr Es 22,24 e Dt 23,20-21 in cui è esplicitata la proibizione di prestare denaro con interesse, sia all’inizio – mesek – che al termine – tarbet – del pagamento) e Nuovo Testamento (basti ricordare che Paolo esorta i cristiani a pagare le tasse e le imposte, a, potremmo dire, “mettersi in regola” per non incorrere in questi spiacevoli inconvenienti, per “ragioni di coscienza”: non siate debitori di nulla a nessuno fuorché dell’amore scambievole, Romani, 13, 8).

Anche i Padri della Chiesa, sull’esempio di Agostino e i maggiori pensatori cattolici del XIII secolo catalogano il “prestito con interessi” tra le proibizioni del quarto comandamento, equiparandolo così alla rapina, e presentandolo come il latrocinio più odioso in quanto perpetuato ai danni di Dio. Interessante è a questo proposito anche un’osservazione di Tommaso di Chobham (da Summa Confessorum): “L’usuraio non vende al debitore nulla che gli appartenga, tranne il tempo che appartiene a Dio. Dal momento che vende una cosa che non è sua, non deve trarne alcun profitto […]; commette un furto quando prende un bene altrui contro la volontà del proprietario, cioè Dio“.

D’altra parte la Chiesa diffonde il suo pensiero anche attraverso i Concili ecumenici, come, per esempio, quello Lateranense del 1179: “In omnibus fere locis crimen usuram ita inolevit, ut multi aliis negotiis praetermissis quasi licite usuras exerceant, et qualiter utriusque testamenti pagina condemnentur nequa quam attendant […]” [In quasi tutti i luoghi il crimine fa sviluppare così l’usura, quando questa si esercita quasi come se fosse lecita, poiché si trascurano molti altri doveri, e [infatti] così nella pagina di entrambi i Testamenti [questi fatti] sono condannati affinché l’usura non si pratichi].

A ulteriore dimostrazione di come l’ambito economico-sociale non possa essere considerato da solo, senza l’interposizione della tradizione cristiana, si può leggere il passo evangelico della famosa “parabola dei talenti”, dove la terminologia economica è sfruttata e rifunzionalizzata in senso morale, come dimostra, a livello linguistico, lo slittamento semantico del termine chiave, talentum, in latino classico “moneta greca, il cui valore varia secondo i tempi e gli stati” verso la duplicità di significati in latino cristiano e tardo (Du Cange), per cui vale sia quello economico che quello morale nei termini di “desiderio, qualità personale, dell’animo”, da sviluppare e appunto far fruttare. Slittamento che ha dimostrato la sua presa e diffusione nelle letterature romanze, dove talent, talento – gli esiti galloromanzo e italiano – sono tra i termini fondativi dell’ideologia cavalleresca (esempio celebre ne è, tra gli altri, il Lancelot en prose), cortese (come esempio “primo” in ordine cronologico, i vers di Guglielmo IX), così come entrambe si riflettono nella lirica e nella prosa italiana delle origini e non solo. Vediamo la parte che più ci interessa della parabola (Matteo, 25, 14-30; qui 27-29): “[il padrone, rivolgendosi al “servo malvagio e infingardo”] Oportuit ergo te mittere pecuniam meam nummulariis, et veniens ego recepissem, quod meum est cum usura. Tollite itaque ab eo talentum et date ei, qui habet decem talenta: omni enim habenti dabitur, et abundabit; ei autem, qui non habet, et quod habet, auferetur ab eo” [Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha].

Il significato fondamentale – studiato dal “Grande Commentario biblico Queriniana” – è che, mentre i servi che negoziano i soldi raddoppiano l’investimento, il servo timido nasconde la somma sotto terra. L’idea centrale non sta nell’incertezza del tempo presente, ma nella resa dei conti che ci sarà. Ma il concetto basilare della parabola si trova al verso 24, che, secondo il Commentario, “non va allegorizzato, ma indica che il padrone è esigente”. Il servo che ha nascosto il denaro sotto terra non ha perso nulla, ma non ha guadagnato ugualmente nulla: “avrebbe perlomeno potuto depositarlo presso dei banchieri che nei tempi neotestamentari concedevano un ottimo interesse”. Il detto del verso 29 è paradossale, in quanto indica che i poteri conferiti ai discepoli aumentano quando sono esercitati bene, e diminuiscono quando non lo sono: “Il castigo per questo tipo di infedeltà è severo quanto quello inflitto per mancanze più positive; è l’espulsione nelle tenebre esteriori”.

Ancora, ulteriore punto di connessione tra economia e religione può essere nel rito battesimale, come chiarito precedentemente dai significati del verbo suscipĕre in latino classico e specie tardo (Du Cange), a sottolineare come il “prendere, prendere in prestito”, dunque il rapporto di subordinazione all’attività dell’usuraio si rifunzionalizzi in termini di “prendersi cura di, rendersi garanti, occuparsi dell’educazione” del figlioccio da parte del padrino o della madrina (i susceptores, appunto): infatti “
i padrini erano coloro che presentavano i catecumeni al battesimo e li accoglievano all’uscita dalla piscina battesimale. Venivano chiamati, secondo queste diverse loro funzioni, patrini o susceptores, od anche sponsores, perchè dovevano rendersi garanti dei loro figliocci.
Quest’usanza si trova sia in Oriente che in Occidente, fin dai primi secoli. Allorché in seguito s’affermò l’abitudine di battezzare i bambini, la Chiesa ci tenne ancor più che avessero dei padrini, per assicurare la loro educazione cristiana“.

Torniamo ora all’usura in Arnaut Daniel e cerchiamo di contestualizzare il verso di Si·m fos Amors cui la glossa fa riferimento: il rapporto che nella cobla si crea tra il “donare, impegnare tutto il proprio tempo”, dunque privarsi di qualcosa, esporsi, anche soffrire, in favore della speranza di ricevere un grande joi sembra molto vicino al legame che lo stesso Arnaut instaura tra il renou, l’obrador e la taverna in Ab gai so (29, 10, vv. 27-28: “tan n’a de ver fag renueu/ q’obrador n’ai’e taverna“). È infatti interessante notare come tutti i manoscritti che riportano Ab gai so contengano, tranne a, anche Si·m fos Amors e come lo stesso glossatore di H abbia chiarito in modo diretto, cristallino cosa sia l’obrador (id est locus ubi homo operatur) e, forse, possa aver operato direttamente il collegamento tra le due canzoni nella glossa di cui ci stiamo occupando. I versi poco sopra riportati hanno avuto, in sede di commento, diverse interpretazioni contrastanti: a parer nostro, sarebbe efficace, in generale ma in questo caso in particolare, quella che vede la donna come colei che attua l’usura, una privazione, un rendere subordinato il poeta, un tormento in virtù del quale però Arnaut stesso afferma il proprio avere obrador e taverna, la propria, consapevole, maestria nel trobar e quindi una possibilità di affermazione, di un punto d’approdo verso il joi, l’amore della donna. Proprio in questo senso ci sarebbe dunque una significativa coincidenza tra i versi delle due canzoni, che potrebbe giustificare una ripresa, un collegamento intratestuale tra le due operato da Arnaut e compreso immediatamente dal glossatore, che collega anche le spiegazioni a margine.

Luisa Guida – Melania Gatti