La poetica di Arnaut Daniel, tra orgoglio e gioco

La poetica di Arnaut Daniel, tra orgoglio e gioco

(Fulvio De Santis)

Il solco che separa la concezione poetica di Arnaut Daniel (AD) da quella di Bernart de Ventadorn, che emerge dalla lettura comparativa di Ab gai so e di Chantars no pot gaire valer, può essere ancor meglio percepito dall’esame di un interstesto della canzone arnaldiana, il componimento Ben vuelh que sapchon li pluzor di Guglielmo IX d’Aquitania (G.IX). Il minore ermetismo dello stile del duca di Aquitania può infatti aiutarci a sciogliere ulteriormente e con più sicurezza alcuni aspetti della poetica di AD.

Ben vuelh è infatti il canto del vanto (guab) del duca-poeta. I nodi centrali di questa canzone sono:

la coscienza della propria abilità, il conseguente vanto per la maestria nel comporre poetico e, parallelamente, nel gioco erotico;

la presenza dell’elemento ludico e agonistico, che funge da tratto unificatore tra la dimensione poetica e quella carnale.

Il vanto del poeta, presente anche in Ab gai so, ma in modo più sfumato, è qui esplicito e apre la canzone:

Ben vuelh que sapchon li pluzor
d’est vers si’s de bona color,
qu’ieu ai trag de mon obrador:
qu’ieu port d’ayselh mestier la flor,
et es vertaz,
e puesc en traire.l vers auctor
quant er lassatz.

G.IX afferma con forza l’eccellenza del vers che esce dal proprio obrador, portatore dei colori nobilitanti della retorica, un verso che diventa addirittura auctor, non appena “lassato” , ovvero strutturato metricamente.

L’esaltazione dei colori della retorica e del valore stilistico e strutturale, costituisce un nodo cruciale anche di Canso do.ill mot (canzone n. II di Eusebi). Qui l’orgoglio poetico-fabbrile (obri e lim) è completamente in linea, anche se con un tono più composto, con quello di Ben vuelh. Ritroviamo infatti, nella II cobla, la lode all’eccellenza della parola, plan e prim, e l’esplicito riferimento all’Art, ovvero alle arti liberali, che oltre ai colori della retorica includono le “arti” aritmetiche e geometriche. Il riferimento qui può essere letto nel senso della componente strutturale e metrica della creazione poetica.

La canzone di G.IX, come si è detto sopra, presenta in modo esplicito anche il nesso gioco-poesia, tipico della ideologia di AD. A tale nesso è dedicato il capitolo VII di “Homo ludens”, di J. Huizinga. In questo saggio del 1939, lo storico olandese afferma che la relazione gioco-poesia è il punto centrale del rapporto, più ampio, tra gioco e cultura. Huizinga sostiene che la poesia, nata nell’ambito della sfera ludica dell’uomo, da questa sfera mai si allontana, a differenza di altre fondamentali categorie umane, quali la religione, la scienza, il diritto, la politica: “Poiesis è una funzione ludica” (p. 141). Afferma inoltre che:

“La poesia in ogni civiltà fiorente e viva e soprattutto in uno stato arcaico di cultura, è contemporaneamente culto, sollazzo, gioco di società, abilità, saggio o indovinello, grave insegnamento, persuasione, incantamento, divinazione, profezia, contesa”.

Un punto dell’analisi di Huizinga è di particolare rilievo per l’analisi della poetica di AD e trobadorica in generale: la poesia come gioco sociale, in cui in genere è presente l’elemento competitivo. Gioco sociale ed agonismo che, a detta dello stesso storico olandese, trovano una evidente realizzazione nella ricercatezza lessicale e stilistica del trobar clus.

Se si tiene conto del fatto che la forma e lo stile dei poeti trobadorici ha un preciso valore simbolico, l’idea di un gioco competitivo ed esclusivo, riservato a un circolo selezionato di adepti, è resa con efficacia massima dalle soluzioni arnaldiane. La rarità delle rime e la ricercata circolarità delle strutture metriche, nello specifico di tipo permutativo (come in Canso do.ill mot e poi, ancor più, nella sestina) sono una metafora perfetta di questa idea di preziosità cortese e di “cerchia” di eletti. In particolare, la struttura permutativa circolare risulta emblematica della chiusura perfetta di un sistema, dal quale non si esce e nel quale non si può entrare.

Come osservato in Antonelli-Sapegno (2008), sono proprio l’altezza e l’asperità delle soluzioni formali di AD a costituire per secoli “il segno formale di un’esperienza intellettuale esclusiva che implicitamente definisce un pubblico particolarmente selezionato”. Di tale pubblico selezionatissimo non possono, a distanza di tempo, non entrare a far parte Dante e Petrarca. Infatti, neanche la distanza ideologica può negare ad AD di ottenere da Dante un’attenzione speciale, con quattro citazioni nel libro II del proprio trattato di teoria poetica, il De vulgari eloquentia (DVE), oltre al trattamento di assoluto riguardo riservatogli nella Divina Commedia (DC).

E infatti nel cap. 2-II del DVE, Arnaut è incluso, come poeta di Amor (con citazione de L’aura amara, n. IX in Eusebi), nella terna dei tre auctores scelti da Dante come canonici della lirica provenzale, insieme a Bertran de Born (Salus) e a Giraut de Bornelh (Virtus). AD viene poi nuovamente incluso nel canone degli illustres cantiones, con la canzone Sols sui che sai (n. XV in Eusebi, qui con “che” reso attraverso grafia italianizzata), nel cap. 2-VI, citata come esempio di contructio sapidus et venustus etiam et excelsius [sapido, leggiadro ed elevato], proprio dei poeti illustri.

Nel trattato dantesco, AD riceve però il più alto riconoscimento nel cap. 2-X quando, descrivendo la stanza di canzone sub una oda continua e riferendosi, pur non citandola, alla sestina, Dante afferma di avere seguito il modello stilistico arnaldiano:

et huiusmodi stantia usus est fere in omnibus cantionibus suis Arnldus Danielis, et nos eum secuti sumus cum diximus

“Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra.”

[di questo tipo di stanza fece uso AD in quasi tutte le sue canzoni, ed io l’ho seguito quando ho scritto “Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra.”]

Infine, la quarta citazione del DVE è nel cap. 2-XIII, dove viene additato il componimento Se.m fos Amor de ioi donar (n. XVII di Eusebi), come esempio di canzone con stanze prive di rime interne.

La collocazione purgatoriale (Purg. XXVI, v. 115 e seguenti) nel fuoco che affina è la sintesi dantesca tra distanza ideologica e riconoscimento di assoluta eccellenza formale nei confronti di AD, a cui è concesso il privilegio, esclusivo nell’opera, di esprimersi in lingua diversa dal volgare latium, con i seguenti celebri versi:

Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire:

jeu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen la joi qu’esper, denan;

ara vos prec, per aquela valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!

Riferimenti bibliografici

Antonelli R. e Sapegno S. (2008). L’Europa degli scrittori. Dalle origini al Trecento: la formazione del canone. Vol. 1°. La Nuova Italia.

Huizinga J. (1939). Homo ludens. Piccola Biblioteca Einaudi (ed. 2002).

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