Arnaut, poeta di Dante

Abbiamo sopra ricordato che AD viene canonizzato da Dante come massimo poeta provenzale d’amore nel DVE, con quattro citazioni contenute nel II libro, la parte più formale e tecnica del trattato poetico. Probabilmente anche per questo motivo, una parte della critica tende a limitare all’ambito tecnico-stilistico l’impatto dell’esperienza arnaldiana sulla poesia di Dante. Tale giudizio non è certo unanime né la questione può essere liquidata in modo semplicistico. Infatti, nonostante l’innegabile distinguo ideologico tra i due poeti, è piuttosto pacifico che la seconda canonizzazione dantesca, quella cioè della Commedia, confermi ad AD il primato di massimo poeta di Amor  nella tradizione romanza prestilnovista, andando oltre un riconoscimento puramente tecnico.

 

AD appare nel XXVI canto del Purgatorio, successivamente alla dichiarazione ideologica del canto XXIV (vv. 52-54), in cui Dante si identifica come scriba di Amore-Dio. Nei versi immediatamente successivi (vv. 55-62), Dante, attraverso le parole di Bonagiunta, traccia un vero e proprio solco – un nodo – tra poesia prestilnovistica e nuova poesia, con i seguenti celebri versi:

 

“O frate, issa vegg’io” diss’elli, “il nodo

che il Notaro, Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch’io odo!

Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;

e qual più a gradire oltre si mette,

non vede più da l’uno a l’altro stilo”.

 

In questi versi non solo si esplicita l’essenza ideologica della lirica stilnovistica – di fatto già contenuta nei versi del canto XXIV -, ma si indica con chiarezza l’esistenza di un prima e di un dopo nella tradizione della poesia d’amore italiana. Pertanto, nel collocare il poeta provenzale nel canto XXVI, additato peraltro da Gunizzelli, che Dante definisce (vv. 97-99)

 

…il padre

 mio e de li altri miei miglior che mai

 rime d’amore usar dolci e leggiadre

 

si ravvisa la volontà di attribuire ad AD un ruolo, se non dalla parte “giusta” del nodo, quanto meno di precursore delle nove rime, simile a quello assegnato cioè a Guinizzelli.

 

E’ questa, in buona sostanza, l’interpretazione che T. Barolini, nel suo Dante’s Poets – Textuality and Truth in the Comedy  (1984), fornisce dell’atteggiamento dantesco nei confronti di AD. L’autrice afferma infatti che una componente fondamentale del fascino esercitato sul poeta fiorentino sia dovuta al fatto che, tra i poeti provenzali, AD è quello in cui maggiormente si realizza la fusione tra uomo che ama e poeta (lover and poet), e in cui aspetto formale e stile derivano da un “misticismo erotico” senza uguali.

 

A sostegno di una tale visione di indissolubilità tra Arte e Amore, ovvero tra Parole e Amore, in AD, seguendo la Barolini, si possono citare i versi 12-18 di Chanso do.ill mot  (II, Eusebi),

 

obri e lim

motz de valor

ab art d’Amor

don non ai cor que.m tuelha;

ans, si ben falh,

la sec a tralh,

on plus vas me s’orguelha

 

e quelli ancora più espliciti di Ans que sim reston de brachas (XVI, Eusebi, vv. 1-7),

 

Ans que sim reston de branchas

sec ni despuelhat de fuelha

farai, c’Amor m’o comanda,

breu chanson de razon lonia,

que gen m’a ducx de las artz de s’escola:

tan sai que.l cors fas restar de suberna

e mos buous es pro plus correns que lebres.

 

La Barolini commenta questi versi osservando che in essi si combina la metafora del fabbro di Purg. XXVI con il credo poetico del canto XXIV e che quindi AD, “like Dante, is initiated into a school where Love is the teacher”. Pertanto, sempre secondo la Barolini, è AD il primo poeta in volgare in cui si realizza pienamente l’identificazione di amore e poesia. E sebbene vada certamente riconosciuto al manifesto poetico di Bernart de Ventadorn una fortissima consonanza con il credo dantesco, è però AD il primo ad associare Amore “non con il il generico trobar ma con il suo aspetto espressamente tecnico” (Barolini, 1984, nota 31, pag. 114). Proprio per questo motivo AD può essere considerato da Dante un vero precursore delle nove rime.

 

Fedeltà al dittatore”, conseguente “oggettività” (universalità dei sentimenti) e “giustificazione della parola” sono proprio i due caratteri che G. Contini, nell’Introduzione alle Rime di Dante, individua come distintivi e definitori della sensibilità stilnovistica. Il critico afferma che il mito stilnovistico della parola “è certo tra i più belli che annoveri la storia delle poetiche (Vita Nova, XVIII)”: la felicità risiede nelle parole di lode alla donna.

Nella stesse pagine Contini sottolinea l’importanza del “provenzalismo dantesco di prima mano”, ovvero l’incontro con i trovatori del periodo aureo, quelli citati nella Commedia. Tra questi, innanzitutto, AD, da cui Dante deriverebbe, prima nelle Rime petrose e poi nella Commedia, la “verbalità del difficile, dell’ostacolo, come presa di possesso del reale non pacifico”. Contini afferma che per Dante la tecnica è “una cosa dell’ordine sacrale, è la via del suo esercizio ascetico, indistinguibile dall’ansia di perfezione”. Vi è in Dante, sempre secondo Contini, una “tecnica dolce che vuol cancellare il suo sforzo”, e una “tecnica aspra, che sottolinea lo sforzo”, in particolare nella rima, che del verso rappresenta il “centro di difficoltà”, l’ostacolo da superare e, quindi, il punto di partenza dell’ispirazione, “in cui trova perfezione e gloria, il poeta”. In questo modo il mezzo tecnico diventa strumento di indagine del poeta.

 

Le interpretazioni critiche qui richiamate giustificano un’attenzione e una valorizzazione degli aspetti tecnici della composizione poetica, che Dante non può non aver trovato anche in AD e che giustificano, a mio avviso, un inevitabile interesse profondo del poeta fiorentino nei confronti dell’opera del provenzale

 

AD è l’ultimo poeta lirico incontrato nel Purgatorio, a cui viene affidato il compito di segnare una linea di demarcazione tra l’esperienza, anche dantesca, della poesia d’amore e quella morale e spirituale del Paradiso. La collocazione purgatoriale (Purg. XXVI, v. 115 e seguenti) nel fuoco che affina è la sintesi dantesca tra distanza ideologica e riconoscimento di assoluta eccellenza formale (nel senso ampio sopra ricordato) nei confronti di AD, a cui è concesso il privilegio, esclusivo nell’opera, di esprimersi in lingua diversa dal volgare latium, con i seguenti versi:

 

Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire:

jeu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen la joi qu’esper, denan;

ara vos prec, per aquela valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!

 

Le prime parole pronunciate da AD rimandano inequivocabilmente all’incipit

 

Tan m’abellis l’amoros pensamen

 

dovuto a Folchetto di Marsiglia (FdM), citato nel DVE (2-VI, 6) e che Dante incontrerà in Paradiso, nel cielo di Venere, ultimo dei poeti d’amore dell’intera Commedia. FdM, trovatore attivo tra il 1179 e il 1195, divenuto monaco e vescovo di Marsiglia, collaboratore di S. Domenico e protagonista della Crociata contro gli Albigesi, diviene così, da poeta di secondaria importanza nel DVE, il simbolo del percorso poetico ideale, ovvero quello compiuto dalla stesso Dante, che attraverso esperienze – tra cui, fondamentale, la poesia d’amore – ascende infine alla vetta della dimensione di  filosofo-morale, guida dell’umanità. In Purg. XXVI Dante celebra quindi AD come grande poeta d’amore ma, con l’additamento a FdM, afferma l’esigenza di affrancamento da questa, come Dante stesso realizza mutando con la Commedia da poeta di venus a poeta di rectitudo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

Antonelli R. (1978). Le Origini. In Storia e antologia della letteratura italiana (a cura di A. Asor Rosa), vol. 1. La Nuova Italia Editrice, Firenze.

 

Barolini T. (1984). Dante’s Poets. Textuality and truth in the Comedy. Princeton University Press.

 

Contini G. (1939). Introduzione alle Rime di Dante. Einaudi (edizione 1995).

 

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