La musica di Arnaut Daniel

LA MUSICA DI ARNAUT DANIEL

 (Silvia Cucinotta)

Introduzione

La musica (intesa come produzione volontaria di suoni da parte dell’uomo) è sempre stata presente in tutte le attività umane, accompagnando feste, banchetti, spettacoli teatrali, cerimonie profane o sacre, preghiere, danze, con il canto o con il suono di strumenti musicali. Ci sono varie testimonianze storiche, come la scoperta di antichi strumenti musicali, sulla presenza della musica nella vita degli uomini fin dalla preistoria, ma purtroppo nessuna trascrizione è giunta fino a noi per restituirci quella musica.

La notazione musicale (cioè la creazione di un insieme di segni e simboli utili per comunicare la musica, traducendo il suono ed il ritmo in note, e registrandolo in uno spartito) nasce infatti dopo l’anno Mille; le più antiche forme musicali che ci sono state trasmesse sono quelle relative al canto gregoriano, che utilizzava i neumi, i segni convenzionali che indicano l’altezza tonale di una nota. La melodia era probabilmente agli inizi monodica, cioè affidata ad un solista, e basata su variazioni d’intonazione attorno ad una nota fondamentale.

Fu a cavallo dell’anno Mille che grazie all’opera di Guido d’Arezzo si affermò il primo sistema di scrittura diastematica, che permetteva cioè di indicare le diverse altezze delle note da intonare: i segni (che sarebbero poi diventati le moderne note) venivano inseriti in una griglia costituita da quattro righe parallele (tetragramma).

 

I trovatori e la loro musica

I reperti di musica profana più antichi sono canti con testi latini. I primi di questi fanno parte di canti goliardici (i goliardi erano studenti o clerici vagantes, che prima della formazione di università stabili, migravano da una scuola all’altra), diffusi dall’XI al XII secolo.

Coloro che cantavano i canti profani del Medioevo, e le famose chansons de geste, erano i jongleurs o “menestrelli”, i quali vagavano tra le piazze e le corti dei paesi cantando, suonando, ballando ed esibendosi come buffoni. Le loro canzoni erano basate su semplici melodie ripetute, e spesso improvvisate sul momento, quindi nessuno si preoccupava di scriverle.

Fu anche grazie ai menestrelli che cominciò a svilupparsi quell’insieme di canti noti oggi come musica dei trovatori. Quest’ultimi erano dei poeti-compositori, appartenenti di solito a famiglie nobili, attivi soprattutto nella Francia meridionale nei secoli XII e XIII. Spesso eseguivano da soli le proprie canzoni, che componevano in lingua provenzale; in alternativa l’esecuzione veniva affidata a un menestrello.

I trovatori spesso si accompagnavano nella loro musica con strumenti musicali.

Le informazione riguardo il loro uso ci sono pervenute tutte da frammentarie citazioni letterarie, da scene dei bassorilievi e soprattutto dalle miniature e decorazioni che si trovano sui libri, poiché i manoscritti musicali non nominano mai uno strumento e il suo utilizzo.

Gli strumenti di cui si servivano erano strumenti a corde,

quali la viella (antico strumento ad arco a fondo piatto) ,viella

il liuto, l’organistrum (simile a un grosso liuto) e vari tipi di arpa.liuto

I testi dei trovatori ci sono pervenuti tramite vari manoscritti, contrassegnati da lettere maiuscole se di tipo pergamenaceo, e da lettere minuscole se di tipo cartaceo. Solo quattro di questi manoscritti pergamenacei sono accompagnati da melodia e contengono quindi la produzione musicale dei trovatori: il manoscritto R, conservato a Parigi nella Biblioteca Nazionale, esemplato in Linguadoca occidentale e contenente 160 melodie, e il manoscritto G, conservato a Milano nella Biblioteca Ambrosiana, copiato probabilmente in Italia del Nord e contenente 81 melodie; il canzoniere W ed il canzoniere X (entrambi nella Biblioteca di Parigi) raccolgono sia testi provenzali che francesi. In tutto sono conservate circa 260 melodie.

 

La lettura e l’interpretazione della musica trobadorica

La lettura moderna della notazione della musica monodica nel Medioevo è molto problematica, come anche sono problematici i diversi approcci adottati per realizzarne un’interpretazione. Grazie all’introduzione del tetragramma, oggi quasi completamente in disuso, sostituito nelle trascrizioni moderne dei manoscritti dal pentagramma, si è facilitato il riconoscimento delle altezze delle melodie negli antichi codici.

Un alto livello di problematicità ha però l’interpretazione del ritmo, specialmente quando le melodie sono annotate in maniera tale che le durate relative alle note non sono indicate.

Secondo alcuni studiosi queste canzoni avevano un ritmo libero, mentre altri ipotizzano che avessero una certa regolarità ritmica e che quindi la melodia corrispondesse con note lunghe e brevi, proporzionalmente, alle sillabe accentate e atone delle parole.

Un organismo ritmico complesso è il verso, che si suddivide in ritmi semplici, binari e ternari. L’unità strutturale di un verso è dovuta alla regolare successione delle arsi e delle tesi, rispettivamente la parte forte del piede su cui cade l’accento e il tempo debole del piede (nella metrica classica il piede è l’unità ritmica formata di due o più sillabe). Il piede fondamentale è quello giambico, formato cioè da una sillaba breve e da una lunga.

È necessario quindi che le parole si adattino al ritmo musicale, facendo coincidere gli accenti tonici con le tesi ritmiche.

I versi possono essere di vario tipo, partendo dai più brevi, come il trisillabo, ai più lunghi, come il tetradecasillabo. Il più completo e comprensivo è l’endecasillabo, (che per esempio è quello principalmente usato da Arnaut Daniel per i suoi componimenti).

Un altro dei versi più usati è il settenario, con schema anch’esso giambico.

Nei testi dei trovatori i versi sono organizzati in varie strofe, denominate in lingua provenzale coblas; la cobla è un complesso organismo ritmico governato dalle stesse leggi di suddivisione binaria e ternaria dei versi che lo compongono.

Quando si legge una strofa, si tende ad attribuire ai vari versi un senso di ritmo continuato, in cui le pause e i silenzi fra un verso e l’altro sono elementi di congiuntura e di equilibrio. Il ritmo delle melodie dei trovatori non era però precisato, e occorrerebbe perciò, secondo alcune interpretazioni, ricavarlo dall’andamento metrico del testo poetico, mentre delle melodie sarebbe possibile solo leggere l’altezza delle note.

Dopo che si è riusciti a stabilire il ritmo complessivo di una cobla, ci si trova davanti a due possibilità: o applicare alle strofe seguenti la stessa organizzazione musicale trovata la prima volta, oppure ricercare per ogni cobla il ritmo più pertinente alla singola espressione ritmico-poetica.

I caratteri principali che presenta la melodia del verso trobadorico, almeno negli esempi che ci sono rimasti, sono due: per prima cosa ad ogni sillaba metrica del testo corrisponde una nota isolata o un gruppo neumatico; inoltre ad ogni verso corrisponde una frase melodica distinta ed in sé compiuta.

Nelle trascrizioni le note erano rappresentate con la testa quadrata anziché ovale ed il gambo della nota partiva dal centro della stessa invece che dalla sua circonferenza [prima della metà del XV secolo tutte le note erano rappresentate con la testa piena (notazione nera), ma dopo questo periodo le note di maggior valore verranno rappresentate con la testa vuota (notazione bianca)].

Nei manoscritti, nella maggior parte dei casi, le note sono scritte in forma di virga (neuma gregoriano semplice, derivato dall’accento acuto, rappresentato da un quadratino con una gambetta), e in forma di punctum (rappresentato da un quadratino nero), collocate esattamente sulla riga o nello spazio.

Se si creavano problemi di superamento dell’ottava, anziché tracciare righi e spazi aggiuntivi, l’amanuense spostava o cambiava la chiave.

  Arnaut Daniel

Uno dei trovatori più importanti, ricordato anche da Dante nel XXVI canto del Purgatorio, è Arnaut Daniel. Di Arnaut si conservano 18 composizioni, due delle quali provviste di notazione musicale: Canso do ill mot son plan e prim, e la famosa sestina Lo ferm voler qu’el cor m’intra, conservate entrambe nel manoscritto G.

Dal punto di vista musicale, queste melodie risentono dell’influsso del canto gregoriano, il genere musicale più diffuso a quel tempo, del quale conservano l’andamento monodico (a una sola voce).

Tuttavia nella poesia L’aur’amara, alla VI strofa, Arnaut Daniel cita questo termine:

[…] Ara’t para, chans e condutz […]

tradotto dall’editore Eusebi con il termine discanto. Si trova quindi la citazione del conductus, un altro tipo di composizione vocale di quel periodo, con una o più voci, nel quale la melodia principale (tenor) è una composizione originale, sia per la musica che per il testo (in latino), mentre la musica è in stile omofonico, ossia le diverse voci hanno il medesimo testo e il medesimo ritmo. Inizialmente era di carattere religioso, ma dopo si distaccò dall’ambito liturgico per divenire una composizione di carattere puramente profano.

 Trascrizione moderna della Sestina di Arnaut Daniel “Lo ferm voler”

Nella trascrizione moderna della Sestina di Arnaut Daniel compiuta da Ugo Sesini (docente e musicologo italiano, secondo il cui pensiero la monodia trobadorica aveva dei fortissimi legami con il canto gregoriano), la misura-verso è delimitata da due sbarre parallele verticali, e comprende tutti i tempi primi della melodia nell’ambito di un verso.

Davanti all’ultima sillaba accentata si trova invece una sbarra semplice verticale, che sta ad indicare che dopo di essa cade la tesi fissa del ritmo-verso.

La piccola sbarra collocata tra le due linee superiori del rigo sta a significare le suddivisioni mensurali ternarie antecedenti.  

Le ligaturae e coniuncturae vengono tradotte con note riunite mediante il tratto delle crome quando comprendono due o tre suoni e mediante il tratto delle semicrome per gruppi più numerosi.

L’alterazione del bemolle – il termine deriva dalla notazione musicale alfabetica nella quale la lettera b, corrispondente alla nota Si, quando disegnata con il dorso arrotondato (b molle) indicava il Si bemolle mentre con il dorso spigoloso (b quadro) indicava il Si naturale viene indicata davanti la nota Si, o a capo del rigo (quando risulta dal manoscritto), oppure la si trova sopra la nota quando la sua applicazione è proposta dal traduttore.

A capo della misura-verso, esattamente sopra il rigo, viene indicata con numeri la quantità della misura stessa. Il simbolo numerico dei tempi primi è rappresentato dall’addizione fra la cifra delle quantità che precedono la tesi finale e la cifra delle quantità che la seguono.

Oltre a corrispondere alla realtà quantitativa dei suoni e dei tempi ed al loro ritmo, contiene un’immediata rappresentazione metrica del verso che alla melodia è legato.

Nel caso della Sestina si avrà all’inizio del primo rigo la rappresentazione numerica dell’ottonario: 6+2; a capo del secondo rigo la rappresentazione dell’endecasillabo: 9+2.

 

Lo ferm voler qu’el cor m’intra. La sestina di Arnaut Daniel nella trascrizione moderna di Ugo Sesini.

 musica-arnaut

La trascrizione riprende la melodia unicum del manoscritto G.

Il Si bemolle è segnato nel I verso alla sesta nota; nel III verso alla quarta nota; nel IV verso all’ottava nota. La tonalità è quella di Fa, con finale in Do.

Naturalmente la trascrizione di una melodia è soggetta alle infinite variazioni possibili da parte di chi la interpreta; piuttosto meccanica e fredda, forse a causa dell’utilizzazione di strumentazione elettronica, appare la registrazione della sola melodia reperita in Internet (www.trobar.org/troubadours/arnaut_daniel/arnaut_daniel_09.php).

Un’interpretazione più elaborata è quella presente oggi su You Tube (www.youtube.com), interpretata da Thomas Binkley e dal quartetto Studio der Fruehen Musik, che somiglia molto ad una ballata, dal ritmo piuttosto allegro e scanzonato; la melodia, tranne che nella prima strofa, sembra piuttosto accompagnamento al racconto delle avventure del poeta, i cui versi a volte non si armonizzano con la melodia stessa.

 

 

Bibliografia

D. JAY GROUT, Storia della musica in occidente, Milano 1993 (7° ed.)

G. MONARI, Il ritmo della monodia medievale tra interpretazione ed edizione moderna, in Hortus Musicus, II/6, 2001

G. MONARI, Il ritmo della monodia medievale. Interpretazione, analisi ed edizione multimediale, in Hortus Musicus, II/7, 2001

R. MONTEROSSO, Musica e ritmica dei trovatori, Milano 1956

U. SESINI, Le melodie trobadoriche nel canzoniere provenzale della Biblioteca Ambrosiana, Torino 1942

 lo-ferm-voler

Arnaut Daniel, Lo ferm voler, manoscritto conservato a Milano, nella Biblioteca Ambrosiana, S.P.4. [ex R.71 sup.] (sec. XIV, copiato in Italia), c. 73r

(reperibile su www.filmod.unina.it/cdg/G.htm)

Una Risposta

  1. Now I am ready to do my breakfast, after having my breakfast coming yet again to read additional news.

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