I giochi di AZAR(do) nel Medioevo

Si deve al re Alfonso X, detto “El sabio”, il più antico trattato sui giochi in lingua europea.

Grazie infatti a questo illuminato sovrano, si creò sotto il suo regno una sorta di circolo culturale, nel quale si traducevano per la prima volta in castigliano testi antichi scritti in arabo ed ebraico e si creavano anche testi inediti in prosa; tra questi va infatti inserito “Libro de los juegos” nel quale vengono descritti i tre principali giochi del periodo ovvero dei dadi, delle tavole e degli scacchi, più le loro varianti aumentate.

Come viene descritto nell’explicit del libro, l’opera fu redatta:

..nella città di Siviglia per ordine del nobilissimo Re Don Alfonso, figlio del nobilissimo Re Don Fernando e della regina Doña Beatriz, Signore di Castiglia e di León, di Toledo, di Galizia, di Siviglia, di Cordova, di Murcia, di Jaén, di Badajoz e dell’Algarve nei trentadue anni che il sopradetto regnò. Nell’anno milletrecentoventuno.”

Si conosce quindi precisamente la data in cui fu completata questa grande opera, ovvero nel 1283 [secondo diversi conteggi] (poco tempo prima della morte di Alfonso X avvenuta il 4 aprile 1284), ma non la data di inizio: si sono fatte delle congetture riguardo la possibile data di inizio dell’opera, prendendo come termine di paragone la durata ventennale dell’elaborazione del Lapidario, che però era una traduzione e non una compilazione originale, il che porterebbe la data di “inizio lavori” tra il 1262 e il 1264.

Sotto la direzione di Alfonso X, lavorò un’équipe composta molto probabilmente da ebrei, arabi e cristiani che scrisse l’intero trattato. Sembra comunque che alcune parti furono scritte dallo stesso monarca.

Il codice, conservato presso la Real Biblioteca del Escorial, consta di 98 carte pergamenacee in folio di circa 400×270 mm il cui testo è disposto su due colonne con le iniziali ornate e rubricate (secondo l’uso medievale) e con i segni dei paragrafi rossi o azzurri.

Oltre al testo, in scrittura gotica minuscola della seconda metà del XIII secolo, con pochi segni di abbreviazione, ci sono ben 150 miniature a colori, che aiutano la comprensione del gioco, mostrando le modalità di gioco a inizio, durante lo svolgimento o a fine partita.

 

La numerologia ha un ruolo fondamentale nell’opera “Libro de los juegos“: l’opera si divide in sette parti così suddivise:

 

     

  1. Scacchi
  2.  

     

  3. Dadi
  4.  

     

  5. Tavole
  6.  

     

  7. Varianti aumentate di scacchi, dadi e tavole (per quanto riguarda le caselle del tavoliere dalle 8 caselle alle 10 e 12 delle varianti, e le facce del dado da 6 a 7 e 8)
  8.  

     

  9. Scacchi e tavole delle quattro stagioni (varianti riguardanti il numero di giocatori da 2 a 4)
  10.  

     

  11. Alquerques (ovvero il gioco del filetto)
  12.  

     

  13. Scacchi e tavole astrologici
  14.  

 

I giochi degli scacchi occupano 8 fascicoli, ovvero fino al verso della 64° carta, il che riporta direttamente alle 64 caselle presenti nella scacchiera. I dadi e le tavole invece sono nei fascicoli IX e X, tanto che si pensa che proprio con il X fascicolo dovesse finire il progetto iniziale dell’opera, fermandosi al numero perfetto 10. Questa tesi sarebbe avvalorata anche dal prologo generale nel quale infatti non vengono citate le varianti di scacchi, tavole e dadi e nemmeno il gioco del filetto, né tanto meno le versioni legate all’astrologia di scacchi e tavole. Evidentemente il grande interesse del sovrano per la numerologia ha dato l’apporto per arrivare ad un totale di XII fascicoli, che corrispondono ai dodici segni zodiacali fondamentali nella numerologia simbolica del Medioevo, con un totale di 98 tavole. Ma lo studioso Grandese ha accertato che l’XI fascicolo manca di due carte fra le attuali 83 e 84, il che farebbe raggiungere all’intera opera 100 carte, uno dei numeri perfetti per eccellenza. Tra l’altro ad avvalorare questa tesi bisogna notare che le varianti astrologiche di scacchi e tavole, influenzate dai pianeti e dai segni zodiacali, sono spiegate nel XII e ultimo fascicolo dell’opera, ricordando appunto il numero dei segni dell’oroscopo.

 

Ma oltre alla spiegazione dei giochi è di fondamentale importanza l’introduzione e la cornice dell’opera perché spiega il motivo di questo interesse verso il ludus ovvero per riuscire a trovare l’alegría indispensabile all’uomo per vivere e per sopportare le preoccupazioni e le fatiche che possono accadergli.

Si continua quindi con la divisione dei giochi che si fanno stando a cavallo, stando in piedi e quelli stando seduti. Alfonso X, con abile mossa sociologica, propende per la terza categoria perché possono essere giochi praticati da tutti: donne, vecchi, prigionieri e marinai, “… si possono giocare quotidianamente, sia di notte che di giorno; possono praticarli le donne che non cavalcano, ma stanno rinchiuse, gli uomini vecchi e fiacchi, colore che preferiscono procurarsi i propri piaceri appartatamente per non avere né fastidio né dispiacere, coloro che sono in potere di altri come ad esempio in carcere o in prigionia o in mare e in genere tutti quelli che hanno molto tempo libero, poiché non possono cavalcare, né andare a caccia o altrove, ma devono per forza restare in casa e cercare qualche tipo di gioco con cui abbiano piacere e si dilettino e non stiano in ozio.”

Nella cornice vera e propria invece si porta ad esempio la storia secondo cui sarebbero nati i giochi di scacchi, dadi e tavole: un re indiano aveva proposto a tre sapienti con cui amava filosofeggiare di riflettere su cosa vale di più tra la fortuna (ventura) e l’intelligenza (seso). I tre saggi si schierarono uno con l’intelligenza, un altro con la fortuna e un altro disse che entrambe avevano uguale importanza e ciascuno portò ad esempio un gioco: rispettivamente gli scacchi, i dadi e le tavole.

La disposizione nel testo della sezione dei dadi, poi delle tavole ed infine degli scacchi rispecchia la “forza” che hanno la fortuna e l’intelligenza all’interno dei giochi:

nel gioco dei dadi la fa da padrone la fortuna, perché non si può assolutamente prevedere e comandare con l’intelligenza il risultato dei dadi.

Poi si passa ai giochi con le tavole nei quali si trova una percentuale quasi identica tra intelligenza (nel posizionare le tavole in modo da vincere la partita e impedire una mossa vincente al concorrente) e fortuna (data dal lancio dei dadi). Infine gli scacchi, ovvero l’antitesi perfetta dei dadi e quindi pienamente giocati attraverso l’intelligenza e l’astuzia del giocatore dove, a parte le varianti con i dadi, il caso non entra assolutamente “in gioco”.

Alfonso X si avvicina molto al gioco delle tavole e questo si dimostra dato che la spiegazione di questi giochi è centrale all’interno della trattato, dal fatto che lo stesso Re sia l’inventore di un gioco di tavole e che la chiusura dell’intero trattato proprio con un gioco di tavole (la variante astrologica)

 

Una grande importanza l’hanno anche le numerose miniature (ben 150) che forniscono un’esemplificazione o spiegazione del gioco descritto; in particolare:

 

     

  • Nel Libro de los dados mostrano soltanto alcuni dei punti usciti, senza indicare l’esito della partita;
  •  

     

  • Nel libro de las tablas e del alquerque mostrano o la posizione iniziale e il tiro dei dadi usciti, senza indicare la prima mossa o quella a gioco già iniziato, mostrando le tavole da muovere secondo i punti usciti.
  •  

 

Ma la grande importanza delle miniature sta nei personaggi rappresentati: sono infatti arabi, ebrei, cavalieri e monaci, arcieri, falconieri, musicisti, farmacisti, donne, vecchi, ecc… insomma, come detto già nell’introduzione dell’opera, la grande importanza dei giochi come elemento di unione tra culture, sessi, religioni e razze diverse. Nonostante questo però si nota che nel “Libro de los dados” le miniature raffigurano soltanto personaggi di bassa condizione sociale, mentre in quelle delle tavole e degli scacchi compaiono personaggi di nobile condizione; questo ribadisce quindi che i giochi di soli dadi, governati principalmente dalla ventura, non sono considerati nobili e quindi non adatti ad un sovrano. Infatti l’imprevedibilità della fortuna porta i giocatori a perdere tutto facendoli anche bestemmiare per ciò che hanno fatto dopo aver giocato: per questo in molte cantigas, anche sotto il regno di Alfonso X, i giocatori di dadi sono sempre peccatori; in una cantiga infatti una donna tedesca a Foggia dopo aver perso scaglia una pietra contro la statua di Santa Maria con Gesù bambino in braccio posta davanti ad una chiesa.

Alfonso X in questo trattato mette in prima luce proprio l’aspetto simbolico dei giochi e non si sofferma molto su moraleggianti, che come abbiamo visto però hanno dei riscontri in altre produzioni sotto il suo regno. Questo suo atteggiamento può essere considerato come “umanistico” o meglio laico soprattutto per due motivi: il primo perché la cultura spagnola si liberava grazie alle numerose traduzioni ordinate dal re e secondo perché veniva adottato il volgare catalano? per la diffusione.

Questo suo “spirito laico” quindi agli occhi dei vescovi venne visto come una “scienza pagana” con una nuova morale nella quale l’elemento principale era la sapienza. La grande importanza che ha infatti questo trattato a differenza dei coevi trattati sugli scacchi è proprio questa mancanza di moralità, anche se il testo gioca comunque a vari livelli: dall’alegría del livello umanistico-laico alla morale della Chiesa; dalla rappresentazione dell’intero universo con il livello cosmologico alla mediazione tra ventura e seso di quello sapienzale.

 

Per la terminologia all’interno del trattato la maggior parte dei termini come dados, tablas, alquerque… si riferisce proprio ai giochi e non agli oggetti; inoltre una buona parte è tratta dal lessico bellico: batalla è lo scontro preliminare con il lancio secco di un dado per vedere chi inizia; ferir è arrivare con i punti dei dadi nella stessa casella (per le tavole) o nello stesso punto di intersezione (per il filetto).

Ma due sono i termini che ricorrono maggiormente nel trattato ovvero barata e manera (maña) che vogliono significare il primo “…quando il giocatore ha sovrapposto le pedine in sei caselle consecutive” secondo Murray e si fa normalmente quando “uno dei giocatori si trova con meno punti e l’avversario è di molto avvantaggiato e in migliore posizione, alla fine di contendergli il gioco.” Per manera si intende l’abilità, un artificio che porta il giocatore perdente a pattare il gioco; entrambi quindi hanno una sfumatura negativa, connessa con l’abilità di imbrogliare.

 

Ma la “mania” per i giochi non è da attribuire al solo sovrano Alfonso X. Molti poeti provenzali nelle loro canzoni hanno difatti inserito termini, allegorie o formule stilistiche che riprendono i giochi in voga a quel tempo. Tra i tanti poeti attivi a quel tempo va sicuramente citato Arnaut Daniel il grande poeta provenzale menzionato da Dante nel Purgatorio (canto XXVI) che, come si legge in un testo ritenuto di Raimon de Dufort, si ridusse in povertà a causa del gioco dei dadi:

Dufort infatti ci dice che “…Arnautz l’escolier, cui coffondon dat e tauliers” quindi non solo “confuso dai dadi” ma anche dal gioco “delle tavole”.

Ma non sono solo autori esterni al poeta a descriverlo come “confuso dai dadi” ma in almeno due scritti di Arnaut possiamo vedere dei richiami al gioco in particolare a quello dei dadi.

Il primo e più esplicito lo troviamo nella canzone “Quan chai la fuelha” (sei coblas singulars di 8 versi 4’a, 6b, 4’a, 6b, 4b,6’a, 4b, 6’a più tornada di 4 versi 4a, 6’b, 4a, 6’b) dove nella quarta colba viene citato il termine reirazar, tra l’altro in posizione rimante:

 

De drudaria

no.m sai de re blasmar,

qu’autrui paria;

trastorn en reirazar

ges ab sa par

no sai doblar m’amia,

q’una non par

que segonda no.l sia.

 

Il reirazar era una particolare mossa vincente all’interno del gioco dell’AZAR. Per giocare all’azar i due giocatori dovevano tirare a turno tre dadi: se il primo giocatore al primo tiro ottiene i punti tra 3 e 6 (compresi questi due) oppure i loro punti sulle facce opposte dei tre dadi ovvero tra 15 e 18 (compresi questi due) vince avendo ottenuto un azar. Se invece il primo giocatore al primo tiro ottiene i punti intermedi tra i due azar ovvero tra 7 e 14 (compresi questi) assegnerà questo punto all’altro giocatore e tirerà nuovamente per assegnarsi il punto. Se ora tirando di nuovo i dati dovesse ottenere uno degli azar perderebbe tutto quanto: questo è definito reirazar. Se invece il primo giocatore tirando nuovamente i dadi faccia uscire invece del reirazar ma un altro dei punti intermedi citati prima (diverso da quello assegnato all’altro giocatore, altrimenti si avrebbe incontro e bisognerebbe iniziare daccapo) si tireranno i dadi fin quando non uscirà uno dei due punti ai quali sono collegati i due giocatori e vincerà il giocatore a cui era assegnato quel punto. Se in attesa della riuscita di uno dei due punti dovessero uscire i punti chiamati azar o reirazar nessuno dei due perderà né vincerà.

Come si può quindi notare il termine reirazar ha concezione negativa, in quanto lo stesso risultato che all’inizio, denominato azar, poteva portare alla vittoria al primo giocatore, in un secondo momento può diventare molto “pericoloso” facendo perdere tutto al primo giocatore qualora uscisse dopo la prima assegnazione del punto.

Nella stessa canzone c’è anche un altro termine legato al lessico dei giochi ovvero par ovvero coppia, ma anche due o più punti uguali ai dadi, oltre ad essere il nome proprio di un altro gioco di dadi chiamato “par con as” nel quale il giocatore che vince la batalla gioca per primo e vince se in due dei dadi ottiene una coppia e nell’altro un uno; in caso contrario gioca l’altro giocatore e dovranno continuare a giocare finché ad un giocatore non uscirà un uno, il ché decreterà la sua vittoria.

Il termine reirazar compare un’altra sola volta nella tradizione provenzale in Bertran de Born sempre in accezione negativa collegato con il sentimento amoroso; questo se si unisce al dato che azar non è presente nella tradizione, si può intuire che il gioco dei dadi era visto in maniera negativa, gioco tra i tre descritti nel trattato che doveva essere il meno praticato dalle persone di un certo livello per evitare di essere trascinate alla rovina o ad azioni nefande.

 

Meno palese è invece il richiamo che Arnaut Daniel fa all’interno della sestina: le sei coblas ma soprattutto la modalità di permutazione delle rime secondo lo schema (6-1,5-2,4-3) fanno tutte richiamo alla figura del dado. Infatti sei sono le facce del dado come le coblas di questa canzone, mentre lo schema di permutazione rispecchia proprio la disposizione dei punti (del dado a sei facce) sulle facce: al punto 1 corrisponde sulla faccia opposta il 6, al 2 il numero 5 e al 3 il numero 4. In più sommando le due facce opposte viene fuori il numero 7 ricordando la i sette giorni della settimana.

 

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